Di fiabe, live action e sessualità: Andersen e “La Sirenetta”

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Da quando è stata annunciata la produzione di una versione live-action della Sirenetta c’è stato un clamore inaudito, visto che per la parte della protagonista è stata scritturata un’attrice nera.

Ecco, non me ne frega una beata mazza. Non è di quello che voglio parlare.

Oggi voglio parlarvi non tanto del cartone della Disney, che non è manco tra i miei preferiti, ma della sua base, la fiaba di Andersen pubblicata nel 1837. In particolare, dei punti in cui differisce dal cartone, che sono molti e macabri.

Conoscete la storia di base: la più piccola e bella delle figlie del re del mare è attirata dal mondo degli umani e quando per il suo quindicesimo compleanno le viene concesso di risalire in superficie e vederlo per puro caso capita in mezzo a una tempesta in cui la nave del principe umano naufraga. Lei lo salva, se ne invaghisce e decide di scappare di casa, andare dalla strega del mare e ottenere un paio di gambe.

Le differenze partono dal patto con la strega del mare, che non si prende la voce della principessa (non ha un nome in questa fiaba) con un incantesimo bensì, molto più brutalmente, tagliandole la lingua. Inoltre il patto è tremendo: ogni passo le causerà dolore e perdite di sangue dai piedi e avrà solo un anno per convincere il principe a innamorarsi di lei e sposarla. Alla fine di quell’anno, se non ci sarà riuscita, morirà.

E qui le cose iniziano a farsi interessanti, perché per la prima parte della fiaba Andersen ci ha descritto accuratamente la società delle sirene: edoniste e felici in fondo al mare, con una vita lunghissima, ma prive di ciò che rende gli umani umani, ossia un’anima immortale. Le sirene, dopo la loro morte, sono semplicemente… morte. Un umano può andare in paradiso, una sirena no. In gioco, per la nostra piccola principessa, non è solo questa vita terrena, è la possibilità di guadagnarsi un posto nella grazia di Dio. Segnatevi questo punto, è importante, ma ora torniamo alla storia.

A questo punto abbiamo la sirenetta, trasformata in umana, che viene ritrovata dal suo principe. Quest’ultimo è incantato da lei, deliziato dalla sua presenza, la tiene nella sua corte, ma la vede più come una sorta di animaletto domestico/migliore amica che non come una potenziale partner. In effetti, il nostro principe è già innamorato: il suo cuore appartiene alla ragazza che lo ha salvato dal famoso naufragio. La sirenetta vorrebbe potergli dire che è lei quella ragazza, ma ovviamente… è muta. Non può. E così i mesi passano.

Alla fine, viene annunciato il matrimonio del principe con una principessa di un Paese vicino. Lui inizialmente è un po’ restio perché vorrebbe preservarsi per la sua bella, ma… sorpresa sorpresa! Quando vede la principessa la riconosce: è la ragazza che lo ha salvato! Eh già, lui ricorda solo la giovane che lo ha soccorso dopo che la sirenetta lo ha riportato in spiaggia, ossia la principessa che in quel periodo era in un convento di monache. Quindi il matrimonio si farà e ora il principe ne è a dir poco entusiasta. La sirena si ritrova gabbata, oltre al danno la beffa: destinata a morire di lì a breve, guardando l’uomo che ama felicissimo con un’altra.

Qui c’è il super plot-twist: la notte prima delle nozze, che coincide con l’ultima notte di vita della sirena, le sue sorelle la raggiungono. Hanno fatto un patto anche loro con la strega: i loro bellissimi capelli in cambio di un modo di rovesciare l’incantesimo. La sirena deve solo piantare un pugnale magico nel cuore del principe e aspettare che il sangue di lui le bagni i piedi. Che vuoi che sia, chi non lo ha mai fatto. Quando il sangue le raggiungerà i piedi, essi si ricongiungeranno in una coda, lei tornerà una sirena e potrà tornare a casa e fare la vita di prima. Certo, morirà comunque e sarà la fine definitiva, ma ottiene trecento anni di relativa felicità con la famiglia, effettivamente il patto è vantaggioso. Il problema è che lei non vuole.

Quindi si arriva all’epilogo. La sirenetta osserva il suo amato e la principessa dormire assieme, osserva il pugnale, osserva l’alba. E decide di buttarsi dal parapetto della nave su cui sono per ricongiungersi al mare.

Con sua sorpresa, la sua coscienza sopravvive. Il suo corpo muore, ma lei viene accolta dalle figlie dell’aria. Dio ha avuto pietà di lei grazie alla sua azione altruista: se per trecento anni continuerà a compiere azioni di buon cuore, verrà ammessa in paradiso anche lei.

Ricapitoliamo?

Abbiamo una creatura non appartenente al mondo degli umani che è destinata a non andare in Paradiso, intrappolata in un amore non ricambiato e che non può urlare, costretta a soffrire in silenzio di un dolore atroce. La sua redenzione, la sua possibilità di riscatto, è solo metafisica e al prezzo di rinunciare totalmente alla propria felicità e a questo amore infelice.

Vi ricorda qualcosa? Un individuo escluso dalla società, imprigionato in una realtà a cui non appartiene? Un amore infelice che non può essere nominato, di cui non si può parlare, che se perseguito ti preclude l’ingresso al paradiso?

Andersen morì scapolo. Certo, aveva un aspetto… come dire… modesto (un modo gentile per dire che era brutto come la fame), ma trovare comunque una compagna non sarebbe stato un problema così grosso, non nella società in cui si muoveva, che ricordiamo essere quella ottocentesca.

La sua opera ha tra i temi principali proprio un grande isolamento sentimentale, un amore mai felice, mai realizzato. Basti pensare al soldatino di stagno, che può stare con la sua ballerina solo dopo la morte, o ai protagonisti di “Solo un Violinista”. Com’è possibile che una persona che soffriva tanto di solitudine abbia scelto volontariamente di non avere compagnia?

Beh, la risposta è molto semplice: Andersen non era interessato alle donne. Era omosessuale.

Aveva deciso già in giovane età di non intrattenere relazioni, perché era molto credente. È per questo che, al di là di tutto, il finale della Sirenetta è un lieto fine: ottiene un riscatto, potrà andare in paradiso. La sua sofferenza sulla terra finisce e non ci saranno altri tormenti.

Nella scrittura di Andersen si rintraccia praticamente ovunque questa speranza di poter ottenere una felicità metafisica tramite uno sforzo personale, forse l’unica speranza che lo ha mandato avanti per settant’anni in una società a cui sentiva di non appartenere e che lo avrebbe (lo ha) escluso senza remore. È per questo che citare la fiaba originale per buttare fango sul live action ha zero senso, visto che già il cartone è un tale stravolgimento dell’opera di base da non poter essere difeso, se proprio vogliamo fare i puristi de stacippa.

Paradossalmente, se volessimo restare nello spirito di Andersen, la sirena dovrebbe essere un maschio. Improvvisamente un’attrice nera non vi sembra più così assurda, eh?

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