Il mio bullo omofobo

Con l’affossamento del DDL Zan, il vostro fanwriter91 ha ripensato a un omofobo con cui aveva a che fare alle superiori.
Ho fatto cenno molto volte a lui, ma non gli ho mai dedicato un articolo a parte. In primo luogo, devo precisare di non essere omosessuale e di non aver mai avuto nemmeno comportamenti che, nello stereotipo, sono associabili all’omosessualità.

La mia prima “colpa” era essere timido con le ragazze. La seconda era rispettarle. La terza era non bestemmiare. Il mio bullo, infatti, divideva in mondo in tre categorie: quelli come lui (ossessionati dal sesso e che vedono le donne come oggetti), i gay e quelli che definiva “gays alla dodicesima”, cioè “dodici volte più gay”. Nella sua ottica i gay dovevano essere sterminati (urlò in classe “tutti i gay devono morire!”) e, mentre la prof cercava di calmarlo, lui spiegò il motivo del suo terrore: nella sua ottica, un omosessuale era un pervertito che ti attendeva dietro l’angolo per assalirti, trascinarti in un vicolo e stuprarti.
Dato che costui era incapace di parlare a una ragazza senza darle della sgualdrina o dell’oggetto sessuale, devo dedurre che avesse paura di subire ciò che voleva farle.

La sua misoginia si vedeva anche in altri momenti. Una volta, in classe, guardammo un film su Gesù: al momento della cattura del protagonista, una donna (forse Maria, non ricordo) si frappose, e un soldato romano le dette una sberla. Doveva essere una scena tragica, ma il bullo scoppiò a ridere, ricevendo le occhiate perplesse dell’intera classe e del prof.

Una volta gli chiesi se questa sua omofobia derivasse da un’omosessualità repressa: cominciò a urlare, a bestemmiare, a battere i piedi per terra, e dire parole incomprensibili, quali “buhahaha”, “guaaaah!” e “wehwehweh!” Non so quanto sia andato avanti, perché dopo un minuto andai via, e dopo venti era ancora lì a urlare al vento. In un’altra occasione lui passò un’intera ora di buco (50 minuti contati) a farmi il gesto di darmi un pugno e a guardarmi male. Lo guardai negli occhi per un quarto d’ora, l’aria annoiata, la testa appoggiata alla mano, e lui continuò a ringhiarmi contro.
Immaginatevi uno che vi guarda minaccioso e vi saltella attorno dicendovi “vi ammazzo! Vi ammazzo davvero! Vi ammazzo!” per un’ora, ma senza torcervi un capello. Lui era così.

Una volta, esasperato, gli detti un calcio in mezzo alle gambe, che lo fece cadere a terra urlante e piangente. Dopo un quarto d’ora telefonò a casa urlando per farsi venire a prendere. Il giorno dopo tornò a insultarmi come se niente fosse stato e vantandosi di quanto male mi avrebbe fatto a ruoli invertiti.

Tutti i giorni mi correva incontro, urlandomi “gays, gays, gayyyys!” o mi bestemmiava dietro per decine di minuti. Perse più volte l’autocontrollo in aula, arrivando a beccarsi varie note (perfino due in un giorno), e in un’occasione prese delle lunghe forbici e si mise ad agitarle, minacciando di tirarmele dietro. Un’altra volta prese 6,5 a un compito in cui voleva 7 e cominciò a lamentarsi, poi a urlare e a prendere a pugni il banco.
Fece comunella coi bulli che guidarono la mia aggressione (che da adolescenti spacciavano e/o ammazzavano gli animaletti), venne a sapere dove abitavo per potermi urlare insulti o minacce a notte fonda oppure di prima mattina, nel senso che in estate metteva la sveglia alle sette e faceva il giro della città solo per urlare “gays!” Per lui ero una vera ossessione e ogni giorno mi urlava nelle orecchie come un pazzo, ripetendo sempre le bestemmie e “gays”.

Trascinò con sé altri bulli (il cui unico insulto consisteva nel ripetere “gays” decine o centinaia di volte senza mai fermarsi, e questi erano considerati dei figaccioni, i maschi alpha), che la smisero dopo aver ricevuto un pugno, ma lui continuò anche dopo una zuffa, in cui mi fece un livido in faccia. Se ne vantò per tutta la scuola e chiamò a raccolta i compari, che, appena il prof serio girava le spalle, mi circondavano in cinque per guardarmi come un animale da zoo.

Alla fine il preside si stufò: gli mise un sette in condotta a matita (bocciatura), mobilitò contro di lui la classe e l’intero corpo insegnanti, fece scrivere una relazione che attestava la sua pericolosità e mise in chiaro che o si calmava o chiamava i servizi sociali.
Il bullo divenne uno schifoso leccaculo.

L’anno dopo ci furono dei cambiamenti di classi… e tornò alla carica! Sempre accusandomi di essere gay! Vi rendete conto? Questo qui aveva rischiato di venir portato via dalla famiglia e finire in psichiatria, di rovinarsi la vita, ma la sua ossessione lo spingeva ad attaccare ancora!
Per fortuna il preside era pronto e lo richiamò. Finì tutto e il bullo capì che non poteva farla franca.

Vi risparmio altri fatti ancora più disgustosi in cui venne coinvolto.

Quando penso all’omofobia e ai diritti degli omosessuali, penso sempre all’odio che riversava quel bullo, un odio che era diventato una vera ossessione. E so anche che ci sono persone molto più pericolose di lui.

Possiamo solo manifestare e insistere affinché una legge contro l’omofobia venga davvero approvata e messa in vigore.

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