I fiori non crescevano ad Auschwizt

Autore: Eoin Dempsey 

Il 5 maggio 1945 le truppe americane entravano nel campo di sterminio di Mauthausen in Austria, l’ultimo ad essere liberato dalle forze degli Alleati. I soldati statunitensi trovarono cumuli di morti al loro ingresso, e tremila altri prigionieri morirono anche dopo la liberazione, nonostante le cure fornite.

Per questa dolorosa ricorrenza pubblichiamo questo articolo di fanwriter91 sul romanzo I fiori non crescevano ad Auschwitz.

Evgenij

Tempo fa il vostro fanwriter91 ha letto un libro che, sotto molti punti di vista, somiglia alle storie che recensiamo… ma è fatto bene.

A mio parere, essendo pure breve e poco costoso (mi è costato 4,5 euro con copertina rigida e dura sulle trecento pagine), I fiori non crescevano ad Auschwitz è un libro che chiunque voglia ambientare love story in un lager, o almeno durante la Seconda Guerra Mondiale, dovrebbe leggere. Non dico che sia la risposta a tutte le domande, ma offre ottime tracce.

Sappiamo come sono gestite le storie del genere: Hope è una bellissima ebrea (magari anche dottoressa ventenne) di cui l’ufficiale nazista s’innamora a prima vista. Costui potrebbe fare molto, ma agirà solo per il bene della tipa figa, lasciando morire un numero imprecisato di persone senza battere ciglio. Non di rado questo ufficiale delle SS non conosce nemmeno i piani di sterminio, non ha mai letto quel libro di Hitler che a quei tempi era piuttosto venduto (non lo ha letto nemmeno se è figlio dell’autore, come Draco-io-sono-buono Hitler) e non sa nemmeno a cosa servano i forni crematori.
Oltre che inverosimile, tutto ciò è estremamente offensivo e ridicolizza uno dei periodi più bui della storia.

Ma passiamo al libro I fiori non crescevano ad Auschwitz: il protagonista è tedesco (nazista solo di vetrina) e cerca la fidanzata ebrea, dalla quale è stato separato. A tal proposito, ci viene detto che hanno deportato anche chi aveva almeno un nonno ebreo, mettendo bene in chiaro che non si trattava di una questione di tratti somatici o religione.

Come è arrivato fin lì, se non è nazista? Beh, ha uno zio ufficiale e altri agganci, inoltre l’addestramento lo ha fatto. Ma soprattutto (ogni riferimento a “Siamo molto diversi, ma qualcosa ci lega“, la ficcina con Justin Bieber, è voluto) costui FINGE di essere a favore del nazismo. Non sta a lì a dire “buuuuh, i nazisti sono cattivi, io non sono come voi!” perché sa che, se ai suoi superiori venisse il minimo dubbio, lui verrebbe rimosso e spedito al fronte orientale. O proprio fucilato, se si comportasse come i personaggi delle storie da noi demolite.

E che grado ha? Generale? Macché, è un Obersturmführer (primo tenente), l’equivalente di un contabile/supervisore che svolge mansioni importanti.

Seppur non siano descritte nel dettaglio, sono mostrate diverse scene crude: i prigionieri sono stipati come bestiame (altro che “treno scomodo“!) e interi carichi di persone sono uccisi col gas all’istante. Ciò lo sconvolge, ma sa che, se vuole salvare la sua donna (e magari anche qualcun altro), deve indossare una maschera. A differenza dei “generali ventenni” che, vista l’ebrea figa, rigorosamente tirata a lucido dopo essere stata schiacciata in un treno sudicio più affollato dell’autobus che porta gli studenti all’università, il protagonista maschile di questo libro pensa anche gli altri esseri umani. E agisce! Elabora strategie, cerca compromessi, tiene la vetrina di scaltro uomo d’affari per giustificare i suoi comportamenti (argomenti del tipo “non uccidete i miei dipendenti, altrimenti chi li rimpiazza?!”).

Si parla anche dei Sonderkommando, i “prigionieri privilegiati”, che svolgono mansioni meno pericolose (come frugare tra i cadaveri alla ricerca di oggetti di valore), ma possono mantenere la loro identità (ad esempio, non sono forzati a rasarsi i capelli). Questo sarebbe il lavoro che potrebbe fare la protagonista di una fanfiction per giustificarne la sopravvivenza, sebbene vada precisato che la durata della vita dei deportati in un Sonderkommando era in media di due mesi al più. Non era assolutamente possibile che una ragazzina sopravvivesse a cinque anni di abusi, per il semplice fatto che, periodicamente, i prigionieri venivano selezionati e tutti quelli giudicati inabili venivano mandati alle camere a gas.

Sopra di loro ci sono i kapò, prigionieri che supervisionano, e infieriscono su altri deportati.

Altra mansione interessante (che nel libro non c’è, ma storicamente era presente) è lo spionaggio, compiuto anche dagli aspiranti privilegiati: questa strategia, oltre a neutralizzare qualsiasi forma di ribellione (quindi non ci si possono aspettare prigionieri che fanno i buffoni e ridono come se fossero in una gita scolastica) preveniva il cameratismo. Tutti temevano tutti e ogni persona poteva essere una potenziale spia, pronta a inventarsi fandonie per un tozzo di pane in più.

Già questi elementi sono più che sufficienti per dare almeno una discreta traccia su cui lavorare. E se gli autori e le autrici di molte fanfiction che abbiamo demolito, anziché pensare “ohgosh, Zayn/Harry/chi per lui è così asdfghjkl, voglio fare looove story con LUI!” avessero letto qualcosa e ci avessero messo un minimo d’impegno nel trattare un periodo storico così oscuro, non avrebbero fatto certi errori.

Un abbraccio,
fanwriter91

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