“Top Secret” (Ovvero, criminali coi superpoteri)

Salve a tutti. Io sono Shade Owl, utente di EFP dall’ormai lontano 2011, dove mi sono fatto la mia “tana”, essendo quello il sito dove sono più attivo come autore e lettore. Mi sono imbattuto alcuni anni fa nelle recensioni dei Demoni di EFP, che ho letto fino a consumarmi gli occhi. Mi è capitato di segnalare a mia volta qualche storia che, a mio parere, poteva interessare loro (come la recente “Proprietà Del Vampiro”, con Justin Bieber nelle vesti di un vampiro che rapiva Selena Gomez, recensita da Mattheus93).

Alla fine, quando ho proposto loro questa storia, Evgenij mi ha chiesto se fossi disposto a recensirla personalmente e così, dopo essermi ripreso dalla sincope, ho prontamente accettato di dire la mia e ho reclutato degli assistenti competenti, ovvero l’esimio Professor Piton, la mia gatta Gaia e il venerabile Chtulhu. Ragazzi, volete dire qualcosa?

Piton: – Ammirevole. –

Chtulhu: – T’rhyl sha’khnath khmuthun’ga! (Farò di loro il mio pasto!) –

Gaia: – Miao. –

Con l’aiuto di tali aiutanti, armiamoci di santa pazienza, di litri di vodka (come il buon Evgenij, anche io trovo consolazione in tale bevanda) e cominciamo.

https://efpfanfic.net/viewstory.php?sid=3200538

La storia che vado a prendere in esame ha per titolo “Top Secret”, dell’autrice Bieber23, e conta ben più di 300 recensioni suddivise su 32 capitoli, solo due neutre e nessuna critica. Ogni capitolo si conclude con foto che ignorerò, per la sanità mentale di Evgenij, e sparsi qua e là ci sono numerosi “piccola”, che verranno a loro volta ignorati, stavolta per rispetto a fanwriter91 e Lady R. Devo inoltre dire che questa autrice predilige l’uso dei “principessa”, a dire il vero.

Ora, in soldoni, trattasi della storia di Ariel Wilson, la nostra Hope di turno, una semplice diciassettenne (ci ho messo quattro capitoli per capire che età avesse, prima ero convinto avesse quattordici anni a causa della presentazione che ce ne viene fatta all’inizio) che viene rapita dalla “mafia americana” (giuro, nel testo c’è scritto testualmente così) per via di certi debiti contratti dal padre. I mafiosi in questione, tra l’altro, sembrano avere tutti un superpotere personale, ma chiarisco subito: non è una trama misto fantasy/fantascienza con criminali dotati di abilità metaumane. Sono semplicemente buchi di trama o errori che l’autrice ha fatto nel corso della scrittura e che io non mancherò di farvi notare.

Piton: – Tralasciando i superpoteri, questa sinossi mi ricorda molto “Daemon |J.B.|”, che il Corpo di Recensione ha preso in esame non molto tempo fa. –

Chtulhu: – R’sly teh d’ahaklhu mhkuh’ne 2015 rhelekh’ta. Ruhm’ne khas’htu muhtka? (Anch’essa pubblicata per la prima volta nel 2015 e tutt’ora in corso. Ora, posso mangiare qualche debole umano?) –

Shade: – Chtulhu, concentrati. Se fai il bravo a fine recensione, ti do in pasto Hope. Inoltre, ho il sospetto che l’autrice abbia letto soprattutto ficcyne come “Danger”, “Danger’s Back” e “Dark”, di cui noteremo le influenze man mano che leggiamo. –

Ora, come ho detto, non ci sono recensioni critiche per questa storia, ma io di critiche da fare ne avrei parecchie, anche solo dal punto di vista grammaticale e sintattico. Intendiamoci, non è terrificante (ho letto cose molto peggiori), ma sono sempre stato molto critico sotto questo punto di vista, e più andavo avanti nella lettura più errori trovavo.

Inoltre, sempre andando avanti, questa ficcyna (che inizialmente mi pareva relativamente innocua, tanto da rientrare nei canoni del Corpo di Recensione solo per pochi punti) mi ha convinto di essermi imbattuto in un tesoro del trash di proporzioni epiche, tanto che la recensione si è presa quasi settanta pagine Word!

Bene, ora che abbiamo rotto il ghiaccio, passiamo a parlare della trama: la nostra Hope di turno abita a Midland, Texas, ed è a casa che ascolta la musica sul letto (ci viene detto che sono le sei di sera). Ho controllato, ed è una città che esiste veramente. Su questo, almeno, l’autrice deve aver fatto ricerche. Non sperate di meglio, però…

Subito arriva Natasha detta Nat, migliore amica di Ariel, che si stupisce (giustamente) e le chiede (ancor più giustamente) come sia entrata.

“Tua sorella mi ha fatto entrare” disse indicando la porta.

Tenete a mente questa frase, per favore. Presto ci servirà.

Nat, descritta come “una delle più belle ragazze della città” ci fa sapere che ha appena lasciato il suo ragazzo, tale Oliver, ma la conversazione non dura più di due righe perché lei stessa, subito dopo, chiede di Dylan, il ragazzo di Ariel.

Oh cielo, una Hope fidanzata? Ah, no aspettate… dopo poco Ariel ammette che, malgrado stiano insieme da un paio d’anni, non sa come definire la loro relazione. Beata lei che si fa queste domande, io a diciassette anni al massimo mi chiedevo se comprare o no le sigarette.

Seriamente, non c’è nulla di male a chiedersi se la tua relazione è una cosa seria o no, ma a diciassette anni mi pare davvero presto… e poi, dura da due anni, giusto? A quell’età già sei mesi sembrano una vita per una relazione amorosa, quando li avevo io se due persone stavano insieme da due anni erano praticamente sposate.

Procedendo, Natasha informa la sua BFF che quella sera ci sarà una festa.

“C’è una festa a casa di Alan questa sera, ci andiamo?” chiese cambiando – fortunatamente – argomento.

“Ingresso libero?”

“Certo e inoltre Alan è il capitano della squadra di football della scuola e promette di portare tutti i suoi amici” sorrisi. Quel dettaglio era evidente che interessasse solo a lei.

Gaia: – Miao! –

Piton: – Ritengo che la felide tenti di dirci qualcosa. –

Shade: – Probabilmente vuol farci notare che le squadre di football non hanno capitano. Al massimo c’è il quarterback, che è il giocatore più importante, ma nemmeno lui è il capitano, pur avendo qualche punto in comune con tale figura. O magari vuole mangiare. –

Natasha dice inoltre che verrà a prenderla con l’auto del fratello, e Ariel è sollevata nello scoprire che a guidare sarà proprio quest’ultimo, visto che l’ultima volta che ha guidato Nat è andata a sbattere e si è rotta tre vertebre… COSA?

Hope ha diciassette anni, qui, e quindi presumo che pure Natasha abbia questa età, e negli Stati Uniti si può cominciare a guidare quando se ne hanno sedici. Se ne evince che Natasha possa guidare da un anno. Eppure… tre vertebre? Ora, io non sono un medico, non ho studiato medicina, il massimo di formazione che ho la devo al tempo in cui facevo il volontario sulle ambulanze, ma mia madre una volta cadendo dalla bici si è rotta la terza vertebra lombare. Dovette portare tre mesi di busto fisso, più un altro mese in cui lo alternava, e dovette fare altri due mesi di fisioterapia. Restò bloccata a letto per almeno due mesi, anche se insistemmo perché ci restasse un po’ di più. E si era rotta una vertebra sola!

Una ricerca veloce e nemmeno troppo approfondita mi dice che, a seconda di quali vertebre ti rompi, il danno può essere più o meno grave. Questa qui se ne è rotte tre! Rompersi tre vertebre non è una cosa da niente! C’è il rischio di restare paralizzati, perlomeno disabili, se non peggio, e ci vuole un sacco di tempo per riprendersi, ammesso e non concesso che ce la si faccia!

Piton: – Shade, ti faccio presente che hai scritto già una pagina e siamo ancora all’inizio del primo capitolo. –

Shade: – … Gaia, passami la vodka… –

Gaia: – Miao! –

Insomma, torna a casa il padre (che si chiama Ben, ma questo lo scopriremo solo più avanti, nel secondo capitolo), vediamo anche la sorella di Hope, Shila (scritto così. L’autrice ha un grosso problema coi nomi) e ci viene detto che ha sette anni.

Ora, ricordate cos’ha detto Natasha? Le ha aperto Shila. Una bambina di sette anni.

A parte che probabilmente non poteva nemmeno arrivare alla maniglia, ma dipende da com’è fatta la porta (ci viene detto che “la sicura della porta scoccò due volte” quando rientra Ben, quindi immagino che fosse una serratura di sicurezza, oppure la porta è in realtà una pendola a proiettili a cui viene tolta la sicura), ma… una bambina di quell’età che apre la porta a una persona non della famiglia? Va bene, è la migliore amica della sorella, ma a me, quando ero piccolo, veniva ripetuto milioni di volte di aprire solo ai miei genitori quando ero solo in casa (e anche questa cosa delle figlie minorenni sole in casa mi stranisce, ma vabe’…), un uomo che ha perso la moglie? Non dice niente? Non dico prendere una babysitter, magari non può permettersela dato che, a quanto pare, la famiglia ha difficoltà economiche, ma almeno assicurarsi che la figlia di sette anni non apra agli estranei?

Ah, giusto, ho scordato di dirvi che la madre di Ariel è morta da tre anni. Di cosa non si sa, ma chissenefrega… non importa all’autrice, figuratevi a me.

Fuffa, poi Nat/Natasha se ne va, altra fuffa, Hope è sospettosa perché è convinta che il padre le nasconda qualcosa perché elude la sua domanda sul perché ha tardato tanto (ma non erano le 18-19?), ancora fuffa con Ariel che si cambia e si trucca e scende per andare alla festa. Il padre la vede truccata e vestita e… la saluta e le dice che le vuole bene.

Okay, sono contento che non sia un Padre Abusivo Senza Spessore™, ma non mi risulta che lei abbia chiesto il permesso per uscire, né che un padre non faccia una piega vedendo la figlia che esce per andare a una festa in abiti che, addosso a un’altra qualsiasi ragazza di una qualsiasi ficcyna, la renderebbero una #troja (ma lei è una Hope, non può essere #troja).

Intendiamoci, non ho nulla contro gli abiti succinti o le donne che li indossano, ma se fosse mia figlia qualcosa da dire ce l’avrei… diavolo, è suo padre! Un minimo di protettività, almeno un accenno! E, anche volendo ignorare l’abbigliamento, va a una festa che è piena di minorenni con gli ormoni a mille e senza la benché minima supervisione! Tutto questo non è minimamente realistico, e anzi sembra che al padre non importi niente di sua figlia!

Okay, lasciamo correre. Segue altra fuffa, arriviamo alla festa dove c’è Dylan, che per qualche motivo Natasha non sopporta, ma la sua importanza narrativa è paragonabile a quello che c’è nella lettiera di Gaia, quindi niente. I ragazzini ballano, bevono (alcolici, sì, ma magari se li sono procurati sottobanco) e si divertono, ma la nostra Hope dal nulla decide che vuole stare da sola e così esce di casa.

All’improvviso viene afferrata da dietro da un uomo che nel secondo capitolo scopriremo chiamarsi Franc (come ho già detto, l’autrice ha problemi coi nomi) che la minaccia con una pistola: Plot Twist con entrambe le maiuscole, sta per essere rapita per dei debiti che il padre ha contratto con la “mafia americana” di cui vi parlavo!

Ma, oh–oh, arriva Nat/Natasha a cercarla e, come vede la scena, si becca un colpo di pistola… alla gamba.

E non per errore, Franc (porco Kira quanto odio questo nome) mirava appunto a ferirla, per poi minacciarla: se dice qualcosa tornerà per ucciderla. Ammazzarla subito è troppo mainstream, immagino. E poi, va bene che dentro la casa c’è musica a tutto volume, ma nessuno sente niente? Io ho maneggiato armi da fuoco, e persino una calibro .22, che usa munizioni davvero minuscole, fa un bel po’ di rumore. I silenziatori, poi, sono favole, anche se ne avesse usato uno (e così non è) fanno decisamente più baccano di quanto ci lascino intendere i film (cercate pure su youtube, se volete). Nessun vicino sente niente? Nemmeno qualche ragazzo uscito a fumare una sigaretta o a prendere aria, come Hope?

Vabe’, la nostra Ariel, dotata della superforza delle Hope, riesce a liberarsi con una gomitata (come in “Dark”, quando Bo è aggredita dal maschio gamma) e a impossessarsi della pistola del nostro Franc, che l’ha lasciata cadere per la botta (alla faccia del mafioso!) e comincia a correre, salvo inciampare poco dopo. Franc ovviamente la raggiunge, e Hoperiel gli spara.

Sparai. Sparai e il proiettile gli si conficcò sulla spalla, si portò una mano al petto maledicendomi.

“Non ti ammazzo solo perchè il mio capo ti vuole viva” ringhiò tornando diritto e aumentando la presa sulla mia gamba. Il suo capo mi voleva, vuol dire che mi conosceva ma in che modo? Era impossibile, io non avevo idea di chi fossero loro, era impossibile volessero proprio me, non avevo fatto niente.

COSA???

Ora ho capito come mai lo tengono, questo coglione dalle mani di burro! È invulnerabile! Cioè, gli sparano a una spalla (alla distanza di un metro, peraltro… che mira di merda…) e lui impreca? Potrebbe battersi alla pari con Goku e Vegeta! Sev, che ne pensi?

Sì, lo sospettavo…

Comunque, il capitolo si chiude con Ariel che viene stordita dal nostro Franc il Superumano (da ora lo chiamerò così) e, di conseguenza, rapita. Il tutto senza che nessuno senta un solo sparo o che Natasha vada a cercare aiuto per la sua gamba ferita, cosa che dovrebbe scatenare un putiferio infernale.

A proposito di Natasha: questa è l’ultima volta in cui compare, così come Dylan, Ben e Shila. Nessuno di loro farà più una minima comparsata. Al massimo verranno nominati, soprattutto Dylan, ma niente di più.

Come promesso non cito le foto (che tanto in questo specifico caso non si vedono) che sono presenti alla fine di ogni capitolo per rispetto a Evgenij, o lo renderò catatonico.

Nel secondo capitolo, la nostra Hope si sveglia in un furgone con una ferita alla tempia dovuta alla botta, che ancora sta sanguinando. Ma se ne accorgerà solo tra un po’, perché troppo presa ad ascoltare Franc il Superumano e il suo amico alla guida del furgone. Dai loro discorsi (in cui citano un certo “Tomas”, anche questo scritto così) capisce che volevano proprio lei e nessun’altra. E grazie al cacchio, è tuo il padre che ha contratto i debiti, mica il mio…

Comunque, Hope ha paura di morire dissanguata (cosa impossibile, un po’ perché una botta in testa al massimo provoca un trauma cranico, un po’ perché è risaputo che le Hope sono immortali) e si strappa un lembo di maglietta per farsi una fasciatura di fortuna. A me fa un po’ strano che non l’abbiano nemmeno legata, ma pazienza… si vede che i film sulla mafia che ho visto io erano scritti da dilettanti.

Dopo poco il furgone si ferma e viene fatta scendere. Ad accoglierla c’è un terzo uomo di nome James che le intima di non fare scherzi e, insieme agli altri, la conduce di sopra da Tomas. La nostra Hope è giustamente spaventata (e che cavolo, sono tre uomini adulti e armati, è ovvio che abbia paura!). Meno normale è che, due righe dopo, dica che è ormai così assuefatta a minacce e affini che ormai non le fanno quasi più effetto. Porco Al Capone, io sono un adulto nemmeno troppo minuto o pauroso, ma al suo posto mi starei cagando addosso!

Il nostro Tomas (che ci viene descritto con un aspetto che mi fa pensare ad Alì Babà, con tanto di coltellaccio e pizzetto) nota subito che Franc il Superumano è ferito, cosa che Tomas definisce “interessante quanto ridicola”. Se Franc non fosse un Superumano avrebbe bisogno di un medico, o almeno di una benda, invece nessuno gli ha dato un maledetto cerotto o si è preoccupato di mandarlo a darsi una sistemata. Boh…

Piton: – Tra l’altro dalla spalla passa l’arteria ascellare, la principale arteria del cavo ascellare (come dice il nome). Un’emorragia lì è fatale, se non fermata per tempo. E anche pizzicandola provvisoriamente per impedire il dissanguamento, si rischia di perdere un braccio se non si interviene. –

Shade: – Stiamo dimenticando che è Franc il Superumano. Una quisquilia del genere nemmeno lo scalfisce. –

Chtulhu: – Teh m’lnyheuht shft’kaa dhe roh! Fht’uk kryh teh tk’ah! (Quando il mio regno sorgerà, quell’uomo sarà a capo delle mie armate! E poi lo mangerò, ovviamente!) –

Shade: – Chtulhu, capisco che ammiri la sua impressionante potenza, ma tieni conto che è un Maschio Beta (a volergli bene) di una ficcyna su Justino e una Hope. Dopo questo capitolo non verrà più neanche nominato. –

Comunque, Tomas è impressionato dal fatto che una ragazzina abbia sopraffatto uno dei suoi uomini migliori (migliori un cacchio, ha pure fatto cadere la pistola e lasciato in vita una testimone! Un vero mafioso lo avrebbe freddato all’istante per una cosa del genere!) e dal modo in cui parla, la nostra Ariel capisce che Tomas debba essere il capo della baracca. Però, il genio!

In ogni caso, il nostro superpadrino della domenica pare che abbia fatto rapire Hope (da lui definita a più riprese “il mio gioellino”) non per ucciderla (cosa impossibile, è una Hope!), ma per reclutarla nella sua organizzazione. E non come prostituta, schiava, serva, fonte di carne per le grigliate o qualsiasi altro compito si possa dare a un ostaggio del genere, la vuole come sicaria. Insomma, proprio come in “Afraid of you”, Hope viene rapita e poi fatta entrare nella gang di criminali.

Gaia: – Miao? –

Sì, pure la gatta non ha capito. E ancor meno è chiaro il motivo per cui Tomas dica che l’aver sparato a Franc il Superumano le faccia onore. Okay, ha disarmato quel fesso, ma quando gli ha sparato era a un metro da lui! Capisco l’agitazione, ma mancarlo sarebbe stato pressoché impossibile, e comunque l’ha preso solo alla spalla!

Ma niente, tutti sono impressionati dal risultato, come se una cosa del genere la rendesse la migliore dei cecchini. Jigen, puoi andare in pensione,che lei spara meglio anche senza cappello.

Fuffa in cui Hoperiel dice che non intende ammazzare, bla bla, lei sarà una nuova scagnozza della banda e annuisce tranquilla perché pensa che non vuole morire. Ma che, è d’accordo adesso? Non ha nemmeno più paura?

Comunque, ecco arrivare un nuovo personaggio che si prenderà cura di lei e la addestrerà. Vogliamo indovinare di chi si tratta?

Esatto! È lui, Justin “El Biebero” Bieber!

A quanto pare è lui l’uomo migliore di Tomas, superiore anche a Franc il Superumano (che ci viene detto essere solo il secondo uomo migliore. Forse perché Justin non fa cadere la pistola?) e pure lui resta impressionato quando scopre che la nostra Ariel “sa sparare”.

MA PORCA VACCA COL MORBO DELLA MUCCA PAZZA, NO CHE NON SA SPARARE! Gaia spara meglio di lei, e non ha nemmeno i pollici opponibili!

Comunque, dopo altra fuffa Justin accetta di occuparsi di lei, e Tomas “pone il veto” di non toccarla, ribadendo che lei è “il suo gioiellino”. Ovvero, non se la può pipare, malgrado Justin abbia la reputazione di sciupafemmine (tradotto, “puttaniere”). Anche qui.

Chtulhu: – Kht’a dahk let’umh’na bakh! (Come in quasi ogni altra ficcyna!) –

Shade: – Esatto, collega: “Hazard Hall”, “Danger” (ho ancora gli incubi pensando a quella), “Daemon” e via discorrendo. A quanto pare o è un puttaniere o niente… –

Considerando che lei è minorenne (negli USA l’età del consenso è diciotto anni, per la maggior parte, ma nello stato di New York scendiamo appunto a diciassette), e Justin ha già ventun’anni nella fic, direi che una scopata sarebbe anche contro le regole di EFP, senza contare la legge… qui mi pare che siamo davvero al limite, e non sono sicuro che sia perché l’autrice si è documentata. A questo punto poteva dare ad Ariel direttamente diciotto anni, no? Certo, forse sono io che esagero…

Ad ogni modo, questo discorso passa in secondo piano quando leggo roba del genere:

“Aspetta, dove la tengo?” chiese poi. Giusto, quello interessava anche me.

“Nell’appartamento con i ragazzi hai posto, no?”

“Oh, fantastico vivrà con me quindi?” chuese alzando gli occhi al cielo, innervosito.

Oh, fantastico sarei dovuta andare a vivere con lui quindi… non poteva andare meglio.

“Non fare storie, intesi? Nathan e David daranno problemi forse?” il ragazzo sbuffò poi negò con

la testa abbassando lo sguardo.

“Bene, è tutta tua” il ragazzo annuì e mi guardò, ancora. Quei maledettissimi occhi, già li odiavo, erano così.. diversi.

Questi sono chiaramente i pensieri di chi è stata appena rapita, ha visto gambizzare la sua migliore amica (per la quale non ha speso manco mezzo pensiero), ha saputo che suo padre ha dei grossi debiti con la mafia ed è stata portata chissà dove.

A proposito, il chissà dove è New York. E qui mi stranisco di nuovo.

Tradotto, mi cascano le palle.

Se ricordate, prima ho detto che la nostra Hope aveva ancora la testa che sanguinava, infatti si è strappata un pezzo di maglietta per fasciarsi. Ma New York sta nella zona nord degli USA, mentre il Texas è uno degli stati più a sud, proprio al confine col Messico.

Per scrupolo ho controllato con Google Maps, che nel corso degli anni via via che scrivevo è diventato uno dei miei strumenti preferiti per documentarmi su città e percorsi vari. Lasciamo perdere la distanza in chilometri, ma sapete in auto quanto ci vuole per raggiungere New York?

Ventotto ore.

Ventotto… ore.

E lei ha sanguinato per ventotto ore nel retro di un furgone in perfetto stile emofiliaca? Okay, magari aveva una commozione cerebrale ed è rimasta svenuta tutto il tempo, ma porco Esculapio, se io sanguinassi per ventotto ore non starei tanto bene! Ora capisco perché aveva paura di morire dissanguata!

Piton: – Mio stimato collega, ti prego di calmarti. Tieni presente che si tratta di una Hope. È probabile che abbia sanguinato tanto a lungo, ma in quanto Hope, come tu stesso hai più volte sottolineato, è immortale, quindi non risente di tali danni. –

Shade: – Uff… grazie, Sev… hai ragione, stavo sclerando. Colpa mia che non ci ho pensato. Gaia, altra vodka per favore. –

Gaia: – Miao! –

Saltiamo la fuffa (anche se merita menzione speciale la “New York Avenue” in cui vive Justin, una strada totalmente inesistente secondo il mio fidato Maps) e arriviamo a destinazione, che ci viene descritta come una casa a più piani, “uno di quei palazzi mozzafiato che avevo visto in televisione su sitcom prodotte nella Grande Mela.”. Vuoi vedere che ho capito male io e sta per trasformarsi in una specie di sitcom? No, eh? No…

Vabe’… destinazione ultimo piano, e se l’autrice con “uno di quei palazzi mozzafiato” intendeva un grattacielo, vuol dire che se non è un attico (e così non viene descritto) Justin abita nel locale dei condizionatori, dove la nostra Hoperiel pensa forse per la centomilionesima volta che farà parte di una banda di criminali perché vuole vivere e conosce quindi i coinqulini di Justin, Nathan e David (toh, questi li ha scritti bene!), e ancora la nostra eroina di staceppa fa la dura perché non vuole farsi mettere i piedi in testa. Giusto, è normale che le diciassettenni rapite dalla mafia per essere trasformate in sicarie facciano le dure.

Il capitolo si chiude poco dopo, con un tanta altra fuffa. Ce ne sarà parecchia, quindi abituatevi.

Nel terzo capitolo Hoperiel pensa alla famiglia: spera che il padre si sia salvato, ma un po’ lo odia per la situazione in cui l’ha messa. Comprensibile, direi.

Pensa anche che non vuole morire, quindi deve adattarsi a questa vita da assassina. In realtà dovrebbe pensare a come scappare, ma capisco che per ora voglia fare buon viso a cattivo gioco… peccato che, anche quando ne avrà l’occasione, non farà nulla per fuggire, e anzi rimarrà spontaneamente.

Finalmente pensa anche a Shila, che finora non si era ancora cagata di striscio. Ma Natasha, che si è presa una pallottola no, quella non ce ne frega niente, infatti nemmeno è nominata. Alla faccia della migliore amica. Stessa cosa per Dylan.

Ad ogni modo, in casa ci sono solo Ariel e Nathan mentre David e Justin sono usciti salvo rientrare poco dopo con la spesa. Saltando la fuffa, vi porto direttamente a questa piccola perla:

“Ho trovato dei vestiti nel negozio all’angolo, non è molto ma al prossimo incontro Tomas dovrebbe darti qualcosa” quindi, avrei rivisto Tomas. “Dovrebbero andarti bene” si strinse nelle spalle lasciando cadere a terra il sacchetto poco interessato prima di darmi le spalle. Non risposi e lo presi.

“Non ci penso neanche a cambiarmi qui” dissi. Si voltò piano alzando un sopracciglio e Nathan lo affiancò prima di posargli un braccio attorno alle spalle.

“Tanto in ogni caso non la potresti toccare secondo il veto perciò, la porto in camera sua. Va a divertiti con qualcosa che non sia di proprietà” forse non sarebbe andata così male, pareva avessi una camera mia e forse lì avrei avuto quella privacy che con quei tre sarebbe stata difficile da trovare.

“Vai a divertirti con qualcosa che non sia di proprietà”.

Chtulhu, a te la parola.

Chtulhu: Mhketh gh’lskhuj muhknaht dek tl’ymghu! Trhknath re’shuknt thrusukhtnu! (Solo il Grande Antico può rivendicare la proprietà sui miseri umani! Divorerò queste tre merdine per tale affronto!) –

Shade: Okay, non era proprio ciò che avevo in mente, ma siamo lì. Gaia, vuoi aggiungere qualcosa? –

Gaia: – Miao! –

Shade: – Giusto… non dubitavo… –

Va detto che la nostra Hoperiel tira fuori un minimo di carattere, affermando di non appartenere a nessuno, ma visti i risultati avrebbe benissimo potuto affermare di essere una dei nipoti di Paolino Paperino.

Segue altra fuffa, da cui però emerge che Justin è misteriosamente nervoso per via di Ariel, anche se il Mistero Misterioso ci impedisce di capire il perché sia così importante per Tomas. La nostra Hope ipotizza pure che dipenda dal “veto”, e si sorprende che “avere il controllo su di me nel campo fisico fosse tanto importante per lui.”

Ma sul serio l’ha scritta una ragazza questa roba? Oddio, pure “Danger” è stata scritta da una ragazza, e ancora ho gli incubi per quello che ho visto là dentro…

Ah, piccola postilla: la ferita alla testa di Ariel è ancora aperta. Non ha smesso di sanguinare (e mi sembra strano che in quasi ventiquattro ore da quando è stata rapita, dato che ormai sono le 18, nessuno si sia preoccupato di una ferita sanguinante alla testa di un ostaggio che evidentemente vogliono tenere in vita) e solo ADESSO le sta iniziando a dare fastidio.

Comunque, Nathan e David devono partire per una “missione” (no, non dicono di che “missione” si tratti) e torneranno tra quattro giorni, e il nostro Justin si acciglia: dovrà pensare alla Hoperiel da solo, ma non ne ha molta voglia. Ad ogni modo, quando i due rimangono soli lui le intima di farsi trovare pronta per le cinque del mattino dopo, chiedendole in tono di scherno se ha paura e aggiungendo che vuol vedere cosa è capace di fare. E lei… gli risponde a tono.

E che cavolo, L’HANNO RAPITA LA NOTTE PRIMA, SI TROVA IN CASA DI UN MAFIOSO, HANNO SPARATO ALLA SUA MIGLIO…

Piton: – Shade, bevi, questo è Distillato della Pace (rovescia in gola a Shade il contenuto di una fiala). –

Shade: – (con aria stolida) Guh… uh… aaah… Sev… mi sento meglio… –

Piton: – Sì, ma avrai una faccia da idiota tipo Harry Potter per almeno qualche ora. Sentite condoglianze. –

Il punto è che una ragazza nella sua situazione, soprattutto una che continua a ripetere di voler restare viva e che quindi non deve fare innervosire troppo i suoi carcerieri, non dovrebbe affatto provocarli o rispondergli per le rime, ma semmai chinare il capo, annuire e aspettare il momento buono per scappare.

Siccome però Ariel è decerebrata, fa l’esatto contrario, e grazie a Dio non succede niente.

Finito lo scambio di battute, Justin va in camera sua, e Ariel ha tempo di pensare a come quel ragazzo che odia in tutto in realtà la incuriosisca. Evvai, già i primi accenni di Sindrome di Stoccolma a caso…

Passiamo al POV di Justin (che ci viene annunciato con “Justin”, come succederà sempre da qui in poi) dove abbiamo modo di sapere che, oltre ad essere sospettoso nei confronti di Tomas che è così interessato ad avere Ariel nella banda, sottolinea la sua bellezza (e ci fa capire che è attratto fisicamente da lei che, ripeto, HA DICIASSETTE ANNI!) e ammette che entro pochi giorni dovrà portarsela dietro “in missione”.

Segue momento sogno e momento spiegone, in cui scopriamo una parte del passato traggggico di Justin: a quanto pare la madre lo cacciò di casa quando aveva diciannove anni, ovvero due anni prima della narrazione, quando venne arrestato in seguito a una “semplice” rapina a mano armata.

Grazie al padre che “chiese dal Canada il diritto di riduzione della pena” si fece solo un annetto e poco più, e quando uscì di prigione decise di vagare per strada perché il padre, che aveva già divorziato dalla madre di Justin tempo prima di questi eventi, aveva un’altra famiglia di cui lui non sapeva niente e quindi si sarebbe sentito di troppo. Alla faccia, il padre è così legato a lui che interviene con chissà quali misteriosi poteri di persuasione per convincere la giustizia Statunitense a ridurre la pena al figlio, ma, al contempo, non gli ha mai detto di essersi risposato e lo lascia andare a fare il criminale…

E complimenti alle abilità di Justin, che passa da “banditello di strada” a “uomo migliore di un boss” in due anni o meno.

Comunque, alla fine Tomas lo ha trovato e messo alla prova (non si sa perché) per poi arruolarlo. Da allora lavora per lui, ma non ha mai detto al padre cosa faccia, infatti crede che lavori in un hotel, ma non si sa con quali mansioni.

Ed ecco qui il background di Justin. Carino, eh? Certo, mi piacerebbe sapere perché si è dato al crimine, ma almeno abbiamo la Madre Abusiva Senza Spessore™, mentre il padre bene o male si interessa al figlio e lo ha aiutato come poteva. Una cosa insolita per le ficcyne…

E non è che Justin non viva da lui perché non voluto: infatti, è lui stesso a dire a più riprese che non si sentiva a casa o accettato (anche se, come vedremo, la famiglia del padre lo tratta come uno di loro, dalla matrigna ai fratellastri).

Ad ogni modo, David interrompe il flusso dei ricordi di Justin entrando in camera per rammentare all’amico che Ariel ha una ferita alla testa da medicare. Justin si rende conto che deve occuparsene, dopotutto è sotto la sua responsabilità e non può lasciarla così.

E CI PENSATE ADESSO, BRUTTI COGLIONAZZI?

Sev, li lascio ai tuoi commenti sagaci.

Grazie, collega. E, per la cronaca, fossi stato io l’autore non saresti mai morto. Avrei ucciso Potter e tu avresti fatto il culo a Voldemort.

Andiamo avanti… Justin raggiunge Hoperiel, rigorosamente a torso nudo, tanto per fare il figo, fuffa fuffosa su quanto è gnocca Ariel, Justin le pulisce la ferita con un asciugamano umido e ci mette sopra un “dischetto di cotone bagnato di disinfettante” e della pomata e dice che entro pochi giorni starà bene e non rimarrà più niente della ferita.

Chtulhu: – Thke mlahkjat n’ktnezt stbhklung’a! (Certo, grazie ai poteri rigenerativi delle Hope!) –

Gaia: – Miao! –

Poi Ariel chiede se rivedrà mai suo padre e, molto candidamente, Justin afferma che lo hanno ammazzato: a quanto pare Tomas ha mandato qualcuno “questa notte” (a quale notte si riferisca non sono sicuro, visto che ancora è a malapena sera, secondo ciò che leggo) e lui è grato di non essersene dovuto occupare personalmente perché è un duro ma non gli piace veder soffrire le persone perché ha ucciso qualcuno a cui tenevano. Oh, che tenero…

La nostra Hope inizia a piangere, ma non è finita: presto uccideranno anche Natasha perché ha visto troppo.

E ammazzarla subito, allora? Ripeto, troppo mainstream?

Comunque, finalmente Ariel si preoccupa di lei, e Justin, in uno slancio di generosità, evita di dirle che non verrà uccisa solo perché testimone del rapimento, ma anche perché conoscente di Ben Wilson. Okay, allora potete pure sterminare mezza Midland, no? Sul serio, che cacchio di ragionamento è? Non è che se un mio conoscente ha problemi di mafia e viene ammazzato (che poi, ammazzare un insolvente, in perfetto stile “Danger” e “Afraid of You” è proprio da decerebrati…) allora il giorno dopo vengo ammazzato anche io che lo conoscevo. Mica sapevo che era invischiato con la mafia, porco Riina! Che c’entro io? E poi, se fanno una strage attireranno l’attenzione, no?

Macché, è una ficcyna, la polizia non esiste…

Nel senso letterale, eh: la polizia verrà solamente nominata di sfuggita in un’occasione, ma non vedremo neanche mezzo lampeggiante per tutta la storia!

Comunque, tutto questo dura poco, perché nel giro di un paio di righe cominciano a parlare dell’amore, e se Justin si sia mai innamorato o no. Seriamente, ma una che ha appena scoperto della morte del padre e della prossima morte dell’amica (che finora non si è minimamente cagata) reagisce così? E poi, Shila, la sorellina a cui voleva tanto tanto tanto bene? Ah, ho capito… può preoccuparsi di due persone per volta, ora è il turno di Ben e Nat, Shila è fuori…

Ah, no, aspettate… Shila sarà affidata ai nonni, secondo lei, e non la rivedrà mai più. Ecco la sua preoccupazione per la sorellina.

Ma poi, che ne sa lei di come andranno le cose? Natasha verrà uccisa anche solo perché conoscente di suo padre, ma la figlia la risparmiano?

Sul serio, non ci sto capendo niente…

Comunque, i due cretini continuano a parlare dell’amMMMMmore come se il resto fosse solo robetta di poco conto, poi Hope va a prepararsi per la notte, e Justin ha modo di spiarla dalla porta chiusa male.

Ribadisco che lui ha ventun’anni, viene detto chiaramente, e lei diciassette. A voi l’arduo compito di prendere a testate la parete, la mia ha già abbondanti segni di cranio.

Segue foto che non esiste e spazio autrice, dove afferma che l’accenno al background di Justin ci fa riflettere sul suo personaggio (certo, come tutti i ragazzi col passato difficile è diventato criminale incallito e braccio destro del boss mafioso… povero cucciolo) e ci promette che questa “non è quella storia dove i due ci mettono un’eternità ad innamorarsi e poi finalmente si baciano, anche perchè sarebbe strano visto che Ariel, ricordo che ha il ragazzo a Midland”.

Ah, quindi ora ci deve importare di Dylan?

Il capitolo quattro si apre con un altro sogno/flashback (ed è solo grazie a questo che ho capito la reale età di Ariel, fino a qui ero convinto che avesse quattordici anni, mentre leggevo) e al risveglio la nostra Hoperiel ha le visioni di suo padre che la guarda odiandola per quello che sta succedendo “o per meglio dire per quello che avevo scelto di diventare”. Deve essere una conseguenza del trauma cranico ignorato per due capitoli…

Io tutta questa scelta non l’ho esattamente vista per adesso. E poi scusate, ma se fosse mia figlia non ce l’avrei con lei perché vuole cercare di sopravvivere. Lei stessa continua a ripetere che lo sta facendo per non essere uccisa. Vero, più avanti pur avendone l’opportunità non ci penserà nemmeno a scappare e rimarrà al fianco di Justin, ma per adesso è un discorso prematuro.

Comunque, va in cucina, dove Justin le dice che in quella casa non ci sono i camerieri, lei gli risponde a tono e si mette a cucinare uova e bacon, che serve a entrambi. Meno male che non ci sono camerieri.

Fuffa, vanno a prendere l’auto di Justin (ah, mi sono scordato di dirvelo, guida una “Rang Rover” nera… a parte che è scritto sbagliato, ma non esistono altre auto, nelle ficcyne?) e lì lui le consegna… una pistola?

“Guarda nel cruscotto” disse d’un tratto rompendo il silenzio. Feci come mi era stato detto e vi trovai una pistola, la sfiorai con le dita e rabbrividii. “E’ tua, prendila” spiegò.

L’afferrai osservandola da tutte le angolature possibili, il metallo era freddo contro la mia pelle, evidentemente non era stata usata per un po’ o era addiruttura nuova.

“E così sai sparare?” (Shade: – NO, NON SA SPARARE, DANNAZIONE! -) domandò passandosi incuriosito la lingua sulle labbra. Forse lo pensava avendo sentito che avevo colpito Franc, la sera del rapimento.

“Non so sparare” (Shade: – GRAZIE! -) non ero un’assassina. “E’ stata pura fortuna” mi strinsi nelle spalle senza smettere di guardare la strada davanti a me.

Lui ridacchiò.

“Mi sembrava impossibile che una come te sapesse sparare” azzardò cambiando strada. Corrugai la fronte.

“Che vorrebbe dire?” lo sapevo in realtà, ma se me lo avesse detto lui mi avrebbe fatto di sicuro un altro effetto.

Ora, io non sono un criminale incallito e non mi hanno mai preso come ostaggio, ma al posto di Justin col cavolo che darei un’arma carica a una ragazza a cui i miei compari hanno ammazzato il padre e stanno per ammazzare l’amica, e al posto di Ariel, appena constatata la presenza di munizioni (che in effetti Justin le darà una volta a destinazione) avrei usato la pistola per minacciare Justin e tentare la fuga! Diavolo, ma sono scemi, questi due?

Comunque, Justin la porta a un Capannone Abbandonato™ dove verrà svolto il suo addestramento per diventare una criminale incallita. La prima cosa che fanno è sparare a dei bersagli e Ariel, tenendo l’arma con una sola mano (cosa sbagliatissima) manca il centro di suddetto bersaglio di una decina di centimetri.

Se tenete una pistola con una mano sola, soprattutto una .9 mm, che è il calibro più comune in certi ambienti (figurarsi una .38 mm o calibri ancora più grandi), vi assicuro che il rinculo vi farà scattare il braccio come una frusta, e dovrete considerarvi fortunati se non vi rompete il polso, che non va assolutamente irrigidito. Inoltre, Justin non le dà la minima istruzione su come si usano le armi da fuoco, mentre a me l’istruttore del poligono di tiro fece un corso di tre ore solo per spiegarmi come aver cura della mia arma, come maneggiarla, impugnarla e trattarla durante l’utilizzo, onde evitare di sparare per sbaglio a me o ad altri.

Ma niente, a lei dà un minuto per sparare a quanti più bersagli possibile senza la minima istruzione, e lei ne colpisce ben dieci (se ha continuato a usare una mano sola vi assicuro che nella realtà ne avrebbe colpiti al massimo uno o due, a voler essere generoso, e pure di striscio). Poi, dal niente, ha un’altra allucinazione in cui una sagoma di cartone le sembra suo padre.

Piton: – Probabilmente risente ancora del trauma cranico. –

Segue momento disperazione, in cui Justin tenta di consolarla a caso (un vero mafioso l’avrebbe costretta a tirarsi in piedi pena botte o peggio, ma vabe’) e promette di renderla “il secondo miglior uomo di Tomas” (anche se sarebbe più corretto “donna”), quindi di fatto spodestando Franc il Superumano.

Dopo un altro po’ di fuffa in cui Justin le infila la pistola nell’elastico dei leggins (prima di tutto, un elastico del genere non reggerebbe il peso e la pistola cadrebbe, in secondo luogo la canna dopo aver sparato dovrebbe essere rovente…) i due decidono di andare a fare compere.

Già se ne vanno? Saranno stati lì sì e no una ventina di minuti… ma tanto abbiamo già capito che come istruttore Justin fa schifo.

Mentre vanno, Ariel pensa a quando ha conosciuto la sua amica Natasha, e qui Justin ci da prova di saper leggere nel pensiero:

“Basta pensare a lei” la voce di Justin mi fece sussultare. Come faceva a saperlo?

“Come hai fatto?” deglutii. Avevo la voce che tremava, impurita.

“Te lo si legge in faccia che stai pensando o a tuo padre o a quella tua amica, ho optato per la seconda”

Ecco spiegato perché Franc il Superumano è solo il secondo uomo migliore: Justin è telepatico! La telepatia batte l’immunità alle pallottole!

Comunque, raccomanda Hope di non pensarci più, e lei concorda, pensando roba tipo “il destino è già scritto e lei deve vivere e quindi deve adattarsi alla nuova vita e bla bla bla…”

Sul serio, è così che pensa alla morte dei suoi cari?

Nel quarto capitolo i due vanno a fare shopping manco fossero un’adorabile coppietta. Nessuno pare riconoscere in Ariel una ragazza rapita la notte precedente dall’altro lato del Paese (l’ennesima prova della capacità di mimesi delle Hope).

Segue fuffa che più fuffa non si può, talmente tanta che se potessi venderla potrei lasciare il lavoro, finché in seguito alle lamentele di Ariel che ha fame vanno in un locale a mangiare, e finalmente succede qualcosa di interessante.

Dico “interessante” in mancanza di altri termini: Justin conosce la cameriera, tale Bree che, manco a dirlo, è una sua ex.

Piton: – Come in “Danger”! –

Shade: – Esatto, Sev: come in “Danger”. –

Inutile dire che Ariel, pur non dando giudizi sulle persone prima di conoscerle, la trova fastidiosa. Beh, almeno non le da della #troja così, a caso.

D’altra parte, potrebbe essere Bree a considerarla tale, perché la nostra Hoperiel sente di percepire odio da parte sua.

Segue scambio di battute mediamente teso tra Justin e Bree sulla loro passata relazione nel quale Ariel decide di intervenire (io al suo posto mi sarei eclissato, ma vabe’).

“Adesso basta” dissi attirando la loro attenzione.

“Scusami, e tu chi saresti?” chiese scettica lei.

Sta calma, Ariel, calma. Non è il caso di saltarle addosso in un luogo pubblico. Mi dissi.

“Non credo tu lo conosca abbastanza per dire che non sa amare, non sai nulla di lui” nemmeno io, ma lei oltre ad infastidire lui stava infastidendo anche me quindi, stare zitta sarebbe voluto dire dare una mancanza a me stessa.

La ragazza – Bree – ridacchiò acida.

“E tu si, tu lo conosci?” chiese incrociando le braccia sotto il seno.

“Lo conosco abbastanza per sapere che gli dai sui nervi” ringhiai pregando mentalmente che sparisse il più in fretta possibile.

Seriamente, io non ho capito: Ariel vede questo tizio, incontrato la prima volta solo la sera prima, che discute in modo nemmeno tanto animato con una con cui andava a letto (nemmeno una ex fidanzata, Justin dice chiaramente che era solo sesso e lei ammette che ha cercato di conquistare il “ragazzo impossibile”) e pensa bene di saltare su e dire la sua con una scenata pubblica degna di Sex & the City? Personalmente ho parteggiato per Bree.

Alla fine Bree prende le ordinazioni e se ne va. Intendo dalla storia, perché non tornerà più. Momento fluff–fuffoso in cui i due si toccano la mano a vicenda sopra il tavolo. Mentre i due pucci–pucci piccioncini stanno mangiando la porta del locale si apre ed entrano due ragazzi, alla cui vista Justin si innervosisce.

Prontamente seguito dalla Hoperiel, Justin si avvicina al loro tavolo e affronta il capetto dei due, tale Lyn Anderson. E qui mi viene una fitta, perché “Anderson” è il cognome del mio personaggio migliore, a cui sono pure parecchio affezionato, e detesto vederlo usato qui.

Chtulhu: – Ghfkty l’uh nah’khb aht ekfhghunk rhtklu dyhe! (Tra l’altro, questo mi ricorda molto la scena tra Justin e Luke in “Danger”!) –

Shade: – Il mio esimio nonché onnipotente collega ha ragione! Pazzesco, ancora oggi trovo roba che mi riconduce a più riprese a quella immane cagata! –

Chtulhu: – Bhak thruk’nath dhe lhumm kfhtya! (Qualcuno verrà divorato per questo!) –

Tra i due c’è chiaramente ruggine, e pare che Tomas voglia Lyn morto ma, nonostante tutto, è ancora vivo e vegeto, cosa che fa imbestialire Justin. I due sono quasi pronti per arrivare alle mani (malgrado Lyn abbia un compare col cui aiuto potrebbe facilmente fare in tanti piccoli dadini Justin e usarlo per il brodo) ma Lyn, da bravo gentiluomo, afferma di non volerlo far sfigurare davanti alla sua ragazza. Ariel ribadisce di non esserlo ed ecco cosa succede:

“Ancora meglio. Allora non ho problemi, posso farti tutti i lividi che voglio” Justin strinse le mani in due pugni e gli prese il colletto del giacchino.

“Sei un lurido bastardo” non poteva picchiarlo.

Non lì, non in un ristorante.

Avrebbero chiamato la polizia e se lo avesse ucciso lo avrebbero arrestato ed una volta uscito di prigione – chissà dopo quanto – Tomas lo avrebbe fatto fuori.

Non poteva.

Sul serio, è questo che pensa? SUL SERIO??

Ma porca Eris, io al suo posto la vorrei eccome, la polizia! Così potrei dirgli che la mafia mi ha rapito, mi sta costringendo a diventare un sicario e che hanno ammazzato mio padre e la mia amica! Mi farei mettere sotto protezione e testimonierei per sbatterli tutti in galera! Sarei eternamente grato a Lyn e al compare senza nome per aver fatto a botte con Justin!

Invece Ariel, quella eminente cretina, pensa di dover intervenire perché sennò Justin verrebbe arrestato per poi essere ucciso da Tomas!

Che, ribadisco, non ha fatto una piega sapendo che il suo “secondo uomo migliore” è stato surclassato da una ragazzina e ha lasciato andare una testimone.

Ad ogni modo, Ariel riesce a convincere Justin a lasciar perdere (ma piuttosto approfittane e scappa, cretina!) e ad andarsene, non prima di aver minacciato Lyn. Ma poi, non sono in un locale pieno di gente? Nessun altro nota nulla?

Piccola postilla: questa è L’ULTIMA apparizione del personaggio di Lyn Anderson. Non verrà più neanche nominato.

Carino, eh?

Nel capitolo successivo torniamo agli allenamenti, e stavolta i due si cimenteranno in una prova acquatica. Ovviamente non viene persa l’occasione per sottolineare il bel fisico scolpito di Justin.

Entrambi entrano in una vasca trasparente piena d’acqua che si trova nel Capannone Abbandonato™, e la prova consiste nello stare in apnea. Justin terrà Hope sott’acqua contro la sua volontà e, quando fosse arrivata al limite, si sarebbe dovuta aggrappare a lui per essere riportata su.

Primo, se voleva insegnarle a resistere al waterboarding (la cosiddetta “tortura dell’acqua”) era davvero necessaria un’immersione totale? Secondo, che cacchio vuol dire che si sarebbe dovuta aggrappare a lui? Se mi tenessero sott’acqua contro la mia volontà fino a farmi quasi affogare stai sicuro che afferrerei il mio aggressore per le palle e gliele strizzerei in stile Olio Monini!

I due fanno un’immersione (una sola) e poi vanno a casa. Che addestramento del cazzo, davvero.

In qualche modo sono le undici di sera (scritto 23.00) anche se non ho capito come ci siamo arrivati, dato che quando sono tornati al capannone erano le tre del pomeriggio e non ci sono rimasti per più di un’ora, a essere generoso. Siamo nel POV di Justin, e lui è tutto preso dai pensieri per il giorno dopo e la “missione” incombente. Si addormenta senza cena (io al suo posto non riuscirei a dormire a stomaco vuoto) e al mattino ancora pensa alla “missione”, che continua a tormentarlo anche mentre lui e Ariel mangiano (di nuovo ha cucinato lei, e meno male che non ci sono camerieri, in quella casa).

Alla fine Ariel ci dà prova di avere anche lei, come Justin, capacità telepatiche:

“Dove dobbiamo andare?” chiese di colpo.

Beh, avevo appena scoperto che quella storia della missione stava tormentando anche lei a quanto pare.

“Non è lontano da qui. In una ventina di minuti dovremmo esserci” risposi sorseggiando il caffè sentendolo scorrere lungo la gola. Lei annuì prendendo dal piatto l’ultimo pezzo di uovo a portandoselo alle labbra.

Gente, ve lo giuro: nessuno le ha parlato della “missione”. Non una parola, né un accenno. Nulla.

Ad ogni modo, i due Bonnie e Clyde dei poveri si preparano e, armati entrambi di pistola, si avviano per la “missione”, da cui lo stesso Justin non sa cosa aspettarsi, e tanti saluti al numero uno del capo, che si sta pure portando dietro una ragazza che a malapena ha sparato un paio di volte e ha trattenuto il fiato sott’acqua per due minuti scarsi.

La “missione” consiste (finalmente lo scopriamo) nel rubare la valigetta di un certo Peterson, che tiene in casa, valigetta dal contenuto ignoto. Al momento lui è fuori, quindi non dovrebbero esserci difficoltà. Lui andrà a prendere la valigetta, Hoperiel farà da palo. A prova di bomba, al posto di Ariel chiunque si renderebbe complice di un’effrazione.

Arrivammo al parcheggio di un grande palazzo, uno di quelli prestigiosi di New York, uno di quelli da lasciarti senza fiato. La guardai mentre osservava la struttura quasi a studiarla.

“E’ al secondo piano” dissi. Lei annuì ed iniziò a camminare al mio fianco.

Salimmo le scale e per tutto quell’asso di tempo l’unico rumore che si sentiva erano le suole delle scarpe contro le scale e di tanto in tanto il ticchettio delle unghie di Ariel contro la pistola che teneva salda nella mano destra.

“E’ questa?” chiese. Annuii fermandomi davanti alla terza porta del grande corridoio, presi una chiave che mi aveva procurato Tomas parecchi mesi prima, in grado di aprire qualsiasi porta. Quando la serrattura scattò, non si udì alcun rumore.

Sorrisi, nessun allarme. Peterson non era così furbo come credevo.”

Quindi, nell’ordine…

Un “palazzo prestigioso di New York”, presumo un grattacielo, con un’abitazione privata al secondo piano? Peraltro, di un uomo che sicuramente ha un po’ di soldi, stando a quanto si evince dal testo? Ma anche no, gli appartamenti nei grattacieli sono sempre molto più in alto, e nessuno prende le scale per arrivarci, a meno che non voglia farsi chissà quante rampe di scale a piedi.

Per di più, vanno in giro con le armi in pugno, senza paura che un eventuale vicino che esce, magari per portare fuori il cane, possa vederli. Non cito le telecamere della sorveglianza, generalmente presenti nella maggior parte dei grattacieli, perché questa è una ficcyna. Anche nell’appartamento non ci sono allarmi. Mi pare giusto, non sia mai che Justin abbia difficoltà in qualcosa.

Da ultimo mi sono tenuto la chicca: una chiave “maggica” che apre qualsiasi porta, compresi i probabili catenacci interni? Ecco il superpotere di Tomas, può creare chiavi “maggiche” (delle specie di Keyblade?) capaci di aprire qualsiasi serratura senza difficoltà! Severus, tu sei il nostro esperto di magia, cosa ne pensi?

Piton: – Beh, Shade, io sono esperto in Pozioni, Arti Oscure e Occlumanzia, ma ho anche inventato molti incantesimi, come ben sappiamo. Dall’alto della mia esperienza posso dunque dire che questo Tomas abbia costruito un impero criminale rubando valigette grazie alle sue chiavi magiche, probabilmente infuse con l’incantesimo Alohomora, per poi rivenderle al mercato nero delle valigette, attirando poi a sé altri criminali dotati di capacità straordinarie quanto e più delle sue. In effetti ricordo bene che l’Oscuro Signore cominciò la sua corsa al potere rubando artefatti magici ai suoi nemici o conoscenti, o addirittura ai suoi parenti, uccidendo chiunque si mettesse sulla sua strada. Chissà, magari questo Tomas un giorno diventerà il nuovo Lord Voldemort. D’altronde, anche lui si chiamava “Tom”. –

Shade: – Speriamo solo che almeno lui riesca a ucciderlo, il ragazzino occhialuto. –

Piton: – Indubitabilmente. Nel caso provvederò io. –

Justin comincia a frugare in casa, alla ricerca dello studio. Trovatolo, lo mette prontamente sottosopra per trovare la valigetta, arrivando a frugare anche tra i libri, nel caso in cui una ventiquattrore possa essere nascosta nella rilegatura di un Bignami.

Purtroppo, però, Justin viene sorpreso proprio da Peterson, che si era nascosto in cucina. Perché non abbia chiamato la polizia sentendo dei rumori non lo so.

Chtulhu: – Khyt l’uhbmn thu rykkka’teh d’nukfsa. (Magari è invischiato anche lui in qualcosa di illegale) –

Shade: – Giusto, è possibile. Ma avrei gradito saperlo dall’autrice, questo, piuttosto che supporlo da solo. –

Gaia: – Miao. –

Rapido, Justin blocca al muro Peterson e gli punta contro l’arma, ma ecco arrivare anche Ariel che, fregandosene bellamente del divieto di entrare, lo ha raggiunto nello studio perché “non può pretendere che lei resti lì fuori mentre lui, lì dentro, potrebbe morire”.

Giuro, questo è quello che dice la Hope. Persino Justin lo trova un ragionamento ridicolo. Non scherzo, c’è scritto proprio così.

Peterson approfitta dell’occasione per divincolarsi e prendere una pistola dalla giacca magicamente comparsa accanto alla porta (forse il suo superpotere è far comparire giacche piene di pistole) e Justin spara, senza però colpire altro che il muro. Complimenti, davvero.

Segue un momento di tensione che mi ha quasi fatto venir sonno dal pathos in esso contenuto in cui Ariel finisce con l’essere presa in ostaggio da Peterson, Justin si arrende, per qualche motivo Peterson, pur potendolo fare, non uccide nessuno dei due, recupera la valigetta da dietro un mobile e se la fila.

Questo non è l’atteggiamento di un pericoloso criminale, ma più di un idealista, o almeno di una persona che sta cercando in tutti i modi di uscire da questi giri.

Il capitolo si chiude con la promessa dell’autrice che il prossimo capitolo ci lascerà a bocca aperta. Io ce l’ho già aperta, ma perché sto sbadigliando.

Nel capitolo sei, che si apre con un battibecco in cui Hope dà a Justin del pessimo criminale e lui ribatte che non lo è (amico, sì che lo sei), assistiamo per la prima volta di questa fic al famoso fenomeno degli occhi che si scuriscono nel protagonista maschile, momento che Ariel coglie per sottolineare di nuovo quanto lui sia bello e Justin ci dà ulteriore prova della sua telepatia, indovinando di nuovo i pensieri di Hope.

I due raggiungono una chiesa, in cui avviene un puro momento fanservice durante il quale Justin si toglie (di nuovo) la maglietta per farsi ammirare i tatuaggi, che finisce con uno sfioramento di labbra tra i due e la confusione della Hoperiel che, ancora, sta con Dylan e non può fargli questo.

Ora, te lo ficchi in testa o no che quello lì è un criminale, un assassino che ti tiene prigioniera e ti costringe a diventare una sicaria?

Ma perché insisto?

I due a ‘sto punto escono dalla chiesa (perché ci siano entrati non lo so) e rincasano. Nathan e David sono già tornati (ma non dovevano stare via quattro giorni?) e David è distrutto perché ha dovuto uccidere il padre del suo ex migliore amico.

La cosa spinge Ariel a ripensare a Natasha, con una commozione paragonabile a quella della ciotola di Gaia nei confronti della zanzara che ho ucciso l’altro giorno, poi lei consola David andando ad abbracciarlo sul letto mentre lui piange disperato con un discorso che non sta né in cielo né in terra:

“Va tutto bene, stai tranquillo” lui singhiozzò. Non ci credevo nemmeno io a quelle parole.

“Lo sai meglio di me che in queste situazioni non va tutto bene” disse piano quasi a non farsi sentire.

Si, lo sapevo. La morte di mia madre, poi mio padre e infine quella di Natasha, era un dolore insormontabile.

Credo sia come quando ti tolgono la ragione per cui vai avanti, non hai più stimoli, suppongo.

“Si, lo so. Mi hannno portato via tutto ma, che dovrei fare? Non ci penso proprio a stare qui a piangere per qualcosa che appartiene al passato. Se sei un uomo di Tomas sei forte, puoi affrontare tutto” non so bene da dove provenissero quelle parole. Forse erano quelle che mi avrebbe fatto piacere sentire rivolte a me.

Evito di commentare, lascio che l’assurdità di questo discorso, peraltro pronunciato proprio dalla ragazza appena rapita, si faccia strada in voi come si è fatta strada in me.

Passiamo al POV di Justin il Telepate, direttamente al giorno dopo, che pensa a come lui, David e Nathan siano come fratelli che si sostengono a vicenda, ma che certe volte solo da soli si può superare un ostacolo.

Sev, a te il commento:

Grazie, collega.

Passa ancora un giorno, poi Justin, David e Nathan devono andare a una riunione con Tomas, e qui ci viene fatto sapere (totalmente a caso) che David ha un debole per Ariel. Il terzetto si reca alla “centrale”, così si chiama il covo di Tomas (e che sono, poliziotti?), un edificio che non ci viene descritto ma, da quanto leggo, deve essere grandicello:

Il corridoio era abbastanza illuminato dai raggi del sole provenienti da fuori, le numerose porte ai lati tutte chiuse a chiave e per un attimo mi chiesi cosa ci tenesse dentro Tomas, erano così tante.

Era vietato sapere troppe cose su di lui, anche per me che ero il suo primo uomo, non gli piaceva che si conoscessero troppe informazioni su di lui, in molti alla centrale lo chiamavano “mostro”, magari perchè aveva ucciso loro la famiglia o più semplicemente perchè li aveva minacciati pur di farli arruolare. Una cosa era chiara a tutti. Lui non aveva un cuore.

Per questo mi ero sorpreso tanto del suo rapporto con Ariel, non si affezionava a nessuno ma con lei sembrava avere un feeling particolare, sembrava evere un debole amoroso quasi. Senza esagerare.

La riunione si sarebbe tenuta al secondo piano, ala Nord, stanza 096. Conoscevamo tutti e tre a memoria quel posto, era la nostra seconda casa, ormai.

E che è, la Batcaverna?

Comunque, arriviamo al momento della riunione, in cui tutti devono dire alla maestra se hanno fatto i compiti a casa… padron, se hanno ultimato le loro “missioni”. A quanto pare tutti dovevano ammazzare qualcuno, ma un certo Tyler avrebbe dovuto uccidere una donna ma non ce l’ha fatta, così si becca una nota sul registro… no, scusate, viene freddato con tre colpi di pistola.

Liquidato il problema, Tomas si rivolge a Justin. In qualche modo sa già che ha fallito (che sia telepatico pure lui? O forse Justin gli ha inviato un messaggio col pensiero?) così dal giorno dopo di Ariel se ne sarebbe occupato Award (anche lui scritto così), un altro della banda per cui Justin non prova simpatia, perché è uno stronzo ed è sicuro che l’avrebbe violentata.

Ma allora, perché non punisce anche Justin allo stesso modo? Dopotutto lui stesso teme che possa ucciderlo per il suo fallimento. Perché sennò la storia non va avanti?

E poi, scusate, ma non c’era un veto di Tomas? Award non è spaventato? Ha ammazzato un suo scagnozzo davanti a tutti perché non è riuscito a uccidere una donna, se gli violentano Ariel (che viene più volte definita la sua preferita, il suo “gioiellino”, anche se non ho ancora capito perché) cosa potrebbe fare al colpevole di uno stupro ai suoi danni?

Comunque, Justin non cede terreno:

“No, Tomas. Lascia che me ne occupi io, non fallirò più e comunque è stata colpa mia non sua se la missione è andata male” mentii. David e Nathan mi diedero un’occhiata fulminea quasi a sgridarmi con il pensiero.

Stavo mentendo a Tomas per rimanere in custodia di Ariel, ero un pazzo.

“Justin..” l’uomo sospirò alzandosi in piedi. “.. d’accordo te la lascerò ma stai attento” corrugai la fronte.

“A cosa?”

“Questa ragazza ti sta cambiando o mi sbaglio? Fino a qualche mese fa non avresti fatto storie per liberarti di una recluta, un po’ come con Trisha, no?”

Trisha mi era stata affidata parecchi mesi prima, ricordo avesse dei lunghi capelli biondi e occhi neri. Tomas da un giorno all’altro decise di levarmi la sua custodia per affidarla ad un altro ragazzo poichè in quel periodo avevo troppe missioni importanti ma non mi opposi anzi, non mossi un dito nonostante lei mi pregasse di continuo per non mandarla da qualcun altro.

Credo avesse un debole per me.

Effettivamente, più di una volta aveva cercato di baciarmi ma con scarsi risultati, non mi interessava.

[…]

“Lei è diversa” sussurrai abbassando lo sguardo.

Ariel non era come tutte, non era un oca, non era una ragazza semplice.

Era complicata, strana, introversa e coraggiosa.

Era dannatamente testarda e fottutamente bellissima.

Era diversa dalle altre.

Io non ci ho visto nulla di particolare, e non mi ha ancora mostrato alcun segno dei superpoteri di cui sono dotati tutti gli altri. E poi, la solita filosofia di “la Hope è diversa, è una santa, le altre sono tutte oche” di questo genere di ficcyne… bah!

Se non altro, con questa storia di Trisha (e più avanti, verso il capitolo ventidue, di una certa Brooke) capiamo che è prassi comune per questa parodia di mafioso che è Tomas far rapire ragazze per trasformarle in sue seguaci. E non solo, perché andando avanti pare chiaro che costringa anche i ragazzi a unirsi a lui, quasi tutti contro la loro volontà.

Sul serio, solo a me dà i brividi ‘sta cosa?

Il capitolo otto non ha nulla di speciale, è quasi tutta fuffa inutile, a parte il rientro a casa dei ragazzi, con Ariel in apprensione per Justin, tanto che non appena lo vede gli salta al collo. La cosa viene naturalmente notata da Nathan:

“Oh, signore” fantastico, ci mancava solo lui. Pensai. “Voi due siete.. e tu sei.. insomma, che state facendo?!” quasi urlò sbattendo il bicchiere contro l’isola di marmo.

Justin alzò gli occhi al cielo.

“Niente, Nathan. Conosci il veto” rispose serio Justin guardandolo negli occhi. Il moro annuì senza cambiare espressione.

“Veto o no, voi due siete appicciati come due molluschi nel pieno di una fase amorosa” ci puntò l’indice contro e dicendolo sembrava quasi inorridito.

“Scusa, mi hai appena dato del mollusco?” chiesi alzando un sopracciglio.

“A entrambi, suppongo” si strinse nelle spalle come se niente fosse mentre una risatina di Justin riempiva la stanza. “Dio, fortuna che c’è il veto altrimenti chissà dove sareste voi due a quest’ora” disse andandosene.

Justin sospirò tonando a guardarmi.

“Credo non gli sia chiaro che il veto vale solo per situazioni di stupro” ridacchiammo all’unisono.

Ma sì, scherziamo e ridiamo sugli stupri, vai… già che ci siamo facciamo come in “Danger” e scherziamo sugli omicidi. Ci vogliamo aggiungere un po’ di traffico di droga e sfruttamento della prostituzione, al varietà?

Seriamente, ancora non so quale sia il ramo di Tomas: sfrutta prostitute? Traffica armi o droga? Vende davvero valigette rubate? Boh… anche alla riunione tutte le missioni vertevano sull’ammazzare gente che gli ha fatto un qualche torto, quindi nemmeno possiamo dire che esegua omicidi su commissione. Che razza di clan mafioso è?

Segue ulteriore sessione d’allenamento alla cazzo, poi a casa Ariel scopre che Justin ha evitato che venisse affidata a questo Award e lei, tutta contenta, lo bacia. Poi ancora fuffa, che prosegue pure nel capitolo dopo, in cui Ariel è tutta turbata perché ha baciato Justin.

Comunque, arriva David a invitare la nostra Hoperiel a una festa in un locale, e le dice anche che Justin non c’è: è uscito all’improvviso, forse turbato per qualcosa. Ariel finge di non saperne niente, e per la prima volta nella fic si accenna al disturbo bipolare:

“Sai, è strano come ragazzo e complicato soprattutto. Ha un passato difficile quindi, non essere troppo dura nel giudicarlo” quelle parole mi lasciarono per un secondo ammutolita.

Passato complicato.

Beh, anche io non avevo uno dei migliori passati ma non ero come lui.

Justin era indefinibile, passava dall’essere dolce all’essere quasi scorbutico senza motivo, non era bipolare ma ci andava molto vicino ai miei occhi. Certo, non abbandonava mai la sua freddezza ma a volte – forse illudendomi – credetti di aver visto del buono in lui.

Forse ero solo pazza.

Sì, Ariel, lo sei.

E poi, il disturbo bipolare, di nuovo porco Esculapio, NON È QUESTO! Giuro, Gaia ne sa più di Ariel in materia!

Gaia: – Miao! –

Io davvero non le capisco queste autrici… perché cavolo insistono sul bipolarismo? Non hanno la benché minima idea di cosa sia, né si preoccupano di documentarsi un minimo! Ma nemmeno io, che scrivo da quasi vent’anni, ho mai usato una scusa del genere per giustificare l’incoerenza dei personaggi!

Comunque, Hoperiel chiede se hanno avuto altre reclute, e David le parla di Trisha (ricordate? Ne hanno accennato durante la riunione) e di come per evitare che la allontanassero da lui (Justin) non avesse fatto niente. A questo punto comincia a credere di essere speciale per Justin.

Passiamo di nuovo al POV di Justin, che per sfogare la frustrazione di aver cominciato a provare qualcosa per una ragazza, cosa per lui inammissibile, è andato al capannone per tirare pugni a un sacco.

L’allenamento viene interrotto da una telefonata della sua sorellastra Jazmine (che, come sappiano dai tempi dello storico “Danger”, è la vera sorella di Bieber nella vita reale. E sì, anche Jaxon Bieber è citato) che vuol sapere come sta, cosa fa e se si è finalmente fidanzato.

Ma pensa un po’, e lui che non voleva pensare alle ragazze…

“E con le ragazze? E’ da una vita che sogno di vederti per mano finalmente fidanzato” alzai gli occhi al cielo.

Jazmine era la classica ragazza con la testa fra le nuvole, credeva ancora alle fiabe con fate e unicorni e soprattutto, credeva nel lieto fine. Io no.

[…]

“Non contarci troppo, sorellina” la sentii sbuffare così ridacchiai.

“Ci sarà pure qualcuna, no? O mi vuoi forse dire che a New York non c’è neanche una bella ragazza? Che poi, sappiamo tutti la reazione che hanno le ragazze quando ti vedono, le posso contare sulle dita di una mano quelle che non cadono ai tuoi piedi” ridacchiai ancora. Era vero, erano dannatamente poche, tutte puttanelle da quattro soldi.

Shade: – Evvai, slut shaming perfino nei confronti di quelle che NON cadono ai suoi piedi! Aleee–oooh! Aleee–oooh! –

Piton: – Via, Shade… un po’ di contegno. Altro Distillato della Pace? –

Shade: – No, grazie, meglio la vodka. Gaia? –

Gaia: – Miao! –

Alla fine Justin cede e le parla di Ariel, e Jazmine insiste per avere i dettagli, concludendo che si è innamorato anche se ancora non lo ha capito. Justin, in piena fase di rifiuto, nega tutto quanto (“No, non potevo innamorarmi, era una questione di orgoglio, di reputazione” , cit. Justin).

Segue un bel pezzo fuffoso in cui Justin rientra a casa, si mostra freddo nei confronti di Ariel, evidentemente geloso per come passa il tempo con David (che, ricordiamolo, “ha un debole” per lei) e allunga un pacchetto trovato nella posta alla nostra Hope (che verrà dimenticato nel rigo dopo). Non faccio in tempo a chiedermi chi cavolo possa spedire qualcosa a una ragazza rapita e quindi teoricamente introvabile che subito lei si accorge dei segni sulle mani, dovuti all’aver colpito il sacco senza protezioni adeguate.

Subito lo trascina in camera per medicarlo ed eccoci all’ammissione della gelosia di Justin:

“C’è qualcosa fra te e David?” quella domanda mi spiazzò detta con così tanta fermezza. Non me l’aspettavo, rimasi impietrita.

“No, come ti viene in mente?” era assurdo pensare che ci fosse qualcosa fra me e David, non ce n’era motivo. Justin sembrava farsi delle fisse mentali da solo senza senso, non mi ero mai avvicinata a David, era assurdo.

“Mi siete sembrati in sintonia prima, in salotto” alzò le spalle senza guardarmi mai negli occhi come se avesse paura di cadere in una trappola mortale e stesse facendo di tutto per raggirarla.
“Justin, guardami” sospirai.

Justin alzò finalmente lo sguardo su di me incontrando i miei occhi a mezz’altezza. I suoi erano fermi ma sembravano sereni ma allo stesso tempo tesi e distanti da me.

“Non c’è niente fra di noi” sussurrai premendo la fronte contro la sua. Justin sorrise accarezzandomi le cosce con le mani, lentamente quasi volesse vivere quel momento il più a lungo possibile.

“E’ per questo che eri così?” chiesi.

Justin chiuse gli occhi un secondo lasciandosi andare ad un sospiro prima di annuire.

“Credo di sì. E’ fastidioso vedervi insieme” rispose passando a massaggiarmi la schiena.
Ridacchiai.

“Geloso forse?” alzai un sopracciglio facendolo ridacchiare.

“Può essere” non aveva certezze e nemmeno io perciò, non mi sarei aspettata risposta diversa.

Questa sembra una scena presa da una fic su dei liceali. Che, pur non essendo il mio genere, non avrebbe nulla di sbagliato, non sarebbe originale (tanto non lo è nemmeno questa) ma di certo sarebbe meno assurda. Forse persino più piacevole da leggere.

Arriviamo finalmente al decimo capitolo e quindi a un terzo della fic (sì, avete capito bene… siamo solo a un terzo) che si apre coi ragazzi che cucinano e Ariel che si sente come una regina (tipico atteggiamento da mafiosi e da prigioniera di mafiosi). Ma in fondo pochi capitoli fa, in un pezzo che ho scordato di citare, ci viene detto che Tomas ha fatto avere ad Ariel un nuovo guardaroba zeppo di vestiti. Giusto, sia mai che la ragazza rapita e costretta a diventare una sicaria vada in giro in mutande. Echecazzo…

Perché ve lo dico adesso, se prima non ci ho pensato? Perché tra questi vestiti c’è pure roba adatta alla discoteca, dove i quattro coglio… amici andranno tutti insieme allegramente. Santa Atena dea della giustizia, sono criminali! Non sono, che so, ricercati? In effetti non viene detto… beh, è come “Afraid of you”.

Seguono altre scene degne di una fic liceale, poi arrivano al locale, il “Lord”.

[…]Il bodyguard all’entrata era un uomo alto e parecchio robusto dalla carnagione scura e i piccoli occhi castani, aveva un aspetto trasandato ma metteva paura, almeno a me. David gli si avvicinò dicendogli qualcosa alzandosi in punta di piedi per guardarlo dritto negli occhi, come ho detto era davvero alto.

“Gli sta chiedendo i soldi?” chiesi. Justin negò con la testa.

“Qui sanno che siamo conoscenti di Tomas e così, saldano tutti i debiti con lui. Sai, fare parte di questo mondo ha i suoi vantaggi” rispose quasi con aria fiera. Ma come si poteva essere fieri di essere degli assassini?

Forse era solo una mentalità che dovevo ancora apprendere.

Ben detto, Hope! Dobbiamo imparare a esserne fieri! E non fermiamoci qui! Ora comincia un pezzo che ho ribattezzato “Fiera dello Slut Shaming”:

Justin iniziò a camminare tenendomi incollata a se passando sotto diversi sguardi di ragazze a dir poco provocanti. Tutte stupende, sia chiaro ma, tutte puttane.

[…]

“Ehi, ti va di venire a ballare?” mi chiese David tornando a guardarmi. Sentii gli occhi di Justin fissi su di me ma non importava, non era mio padre così annuii. Infondo e David eravamo buoni amici perciò non ci vedevo nulla di male nel ballarci insieme.

“Io vado, tu scegline una” mi voltai verso Justin dando uno sguardo alla fila di ragazze che si erano fermate a guardarlo sperando prendesse una di loro per ballare. “Hai l’imbarazzo della scelta, ma se vuoi un consiglio la più carina è la quarta” dissi con un falso sorriso prendendo la mano di David.

[…]

“Balli con me?” sussurrò al mio orecchio facendomi tornare alla realtà. Dischiusi le labbra facendone uscire un gemito quando posò le labbra sul mio collo lasciandoci piccoli baci.
Mi avrebbe fatta impazzire.

Mi voltai a guardarlo, i suoi occhi risaltavano ancora di più sotto quelle luci colorate. Era perfetto, sul serio.

Portai le braccia attorno al suo collo arrivando a un nulla dal suo volto iniziando a ballare lentamente senza seguire minimamente il ritmo veloce della musica. Era come se per noi avessero messo un lento.

“E tutte quelle belle ragazze?” chiesi.

Justin sospirò lasciandomi un bacio sulla clavicola.

“Non fanno per me. Sono stanco di troie da quattro soldi” rispose serio.

[…]

Chtulhu: – Klh’uh t’hmbagra nu’yyksna! (Il mio appetito di carne di Hope cresce!) –

Shade: – Lo so, ma non abbiamo ancora finito. Abbi pazienza, tra poco potrai mangiare qualche antipasto. –

La conversazione tra me e il mio collega è avvenuta prima che leggessimo quanto segue. È stata una cosa “a fiducia”, perché sapevamo istintivamente che stava per succedere questo:

“Sai che c’è?” negò con la testa curiosa. “C’è che non me ne frega niente di quel figlio di puttana, che mi ammazzi” alle mie parole la sentii rabbrividire, era strano anche per me dirlo. “Ma non puoi pretendere che io veda tutti i giorni le tue labbra e che riesca a desistere dal baciarle” dissi tutto in fretta quasi senza rendermene conto.

Ariel sembrò stupita inizialmente.

Abbassò lo sguardo sul pavimento prima di mordersi l’interno guancia, scoccò la lingua contro e palato e finalmente tornò a guardarmi.

“Inoltre..” sembrava un altro motivo per il quale dovessimo stare lontani. Cosa, che altro c’era? “.. ho il ragazzo, Justin” eccola lì.

Una morsa mi prese lo stomaco facendomi smettere di respirare per un secondo.
“Ho il ragazzo, Justin” era doloroso, eccome se lo era.

Venni travolto da un senso di rabbia.

“Chi è?!” sentii la rabbia pulsare incontrollata nelle vene così come la gelosia improvvisa, si, ero geloso e da morire.

“Nessuno che abbia qualcosa a che fare con te” non lo conoscevo quindi. Almeno n on era David, pensai.

Deglutii cercando di non esplodere.

Qualcuno prima di me l’aveva baciata.

Qualcuno prima di me l’aveva desiderata.

Qualcuno prima di me l’aveva avuta.

Io ero solo il secondo. Mi avevano anticipato.

Tirai un pugno contro la parete accanto alla sua testa facendola tremare e senza accorgersene si lasciò scappare un piccolo urlo di panico che si affrettò a coprire.

Respirai affannosamente.

Aveva il ragazzo, non le importava nulla di me. Ero solo un illuso.

Ed io che pnsavo potesse sul serio avermi fatto provare quel qualcosa che mi mancava da ventun’anni.

Me ne andai di corsa lasciandola lì per paura di non riuscire a controllare la rabbia.

Vi ho riportato il pezzo per intero giusto per farvi capire chiaramente le seguenti cose:

1) Chtulhu molto probabilmente avrà presto carne di Dylan come antipasto;

2) Justin non è un supermafioso, è un superbamboccio;

3) questa è gelosia da malati, non è amore. È possessività!

Cioè, ma davvero fa tutte queste storie perché ha avuto altre relazioni prima di lui? Non solo, ma le fa per un ragazzotto che in questo momento è in Texas, all’estremità opposta degli Stati Uniti, dove non potrà mai essere una minaccia di alcun tipo alla loro relazione? Non lo ferma il veto di Tomas, che lo ammazzerebbe se sapesse cosa sta succedendo, ma appena scopre che Ariel ha un ragazzo in Texas (cosa che avrebbe benissimo potuto immaginare) allora apriti cielo?

Piton: – Weasley, venti punti in meno a Grifondoro. –

Shade: – Perché? –

Piton: – Mi sta sulle palle. –

Meno male che non ho messo un meme di Harry, sennò chissà cosa sarebbe successo.

Il capitolo undici è il primo ad avere una recensione neutra. Per inciso, è neutra perché una lettrice trova strano che la nostra Hope non voglia tornare dalla sorella, preferendo lasciarla lì coi misteriosi nonni dell’Arizona.

Comunque, dopo la terrificante scoperta Justin riceve una telefonata: ha “delle cose da fare”, quindi manda tutti a casa con la sua macchina e lui prende un taxi, dicendo che sarebbe tornato tardi.

Il mattino dopo la nostra Hope viene svegliata da una risata femminile. Esce dalla sua camera e, sorpresa sorpresona, una #troja che “Aveva lunghi capelli rossi, lisci e grandi occhi neri ricoperti di non so quanti strati di mascara, ombretto e eye-liner, una maschera più o meno” sta baciando Justin.

Non so, io mi sono immaginato un pupazzo da ventriloquo.

Comunque, segue un lungo pezzo che ha per oggetto (dico “oggetto” volutamente, tanto…) questa, tale Sophie, che si autodefinisce “la ragazza di Justin” e che praticamente dimostra la personalità del pupazzo succitato e Ariel fa una sfuriata a Justin, che a malapena ribatte fino a che Hoperiel non se ne va scazzata.

Chtulhu: – Vyh’tnha rhgvsaa n’atk’he lup’tka! (Vorrei avere anch’io i poteri di assoggettamento delle Hope!) –

Piton: – Che ha detto? –

Shade: – Fai come tutti, leggi la traduzione, io vado avanti o non finisco più. –

Ariel si rinchiude di nuovo in camera, offesa offesissima, e non ne esce prima di mezzogiorno. Nathan e David non si sono accorti di quanto accaduto quella mattina, infatti sono tutti contenti e sorridenti mentre cucinano (sonno di piombo o buco di trama?) e annunciano che dovranno andare nella zona di Central Park per “far firmare un contratto” al proprietario di un appartamento. Ora sono agenti immobiliari?

Durante il viaggio in macchina pare chiaro che Sophie sia una vecchia conoscenza del gruppo, infatti quando Hope la nomina subito David e Nathan sembrano sapere chi sia. Inutile dire che sia Justin che Ariel la definiscono a più riprese “puttana”.

Piton: – Sotto un certo punto di vista posso capire Ariel, che sentendosi tradita insulta la “rivale” (malgrado mi sfugga il motivo per cui non insulti anche Justin, limitandosi a mostrarsi fredda. Dopotutto, è lui che ha sempre avuto la fama di farsene una diversa a sera). Ciò che non capisco è perché Justin dia della “puttana” a una ragazza che lui stesso ha cercato col solo scopo di fare sesso e sfogare la rabbia per la “terrificante scoperta” della sera prima. –

Shade: – Sev, davvero non ci arrivi? È perché lei non è una Hope! –

Piton: – Oh, cielo! Errore mio. –

Comunque, la discussione viene finalmente interrotta da Nathan, che annuncia l’arrivo a destinazione. Mentre lui e David si occupano di questo contratto (e ancora non capisco cosa c’entrino dei mafiosi con un contratto d’affitto) Hoperiel ne approfitta per fare un giro a Central Park, ovviamente seguita da Justin perché, in quanto suo tutore, deve per forza tenerla d’occhio.

La descrizione che ci viene data mi ricorda molto il Giardino Scotto di Pisa:

Il grande portone d’entrata di Central Park era immenso, d’acciaio e non appena varcata la soglia potei scorgerne la bellezza. Era un immenso parco pieno di alberi e con qualche sentiero percorso da decine di persone. Chi portava a spasso il cane, chi si fermava a leggere con la schiena contro un albero, chi stendeva una coperta sull’erba e schiacciava un pisolino e chi portava i bambini a mangiare il gelato al camioncino posto all’angolo.

Io non ho mai visitato New York (ancora, ma ci voglio andare), però so che questo non è Central Park, e documentarsi in merito non è nemmeno tanto difficile. Giusto per sottolineare un altro po’ il lavoro (non) svolto nel raccogliere un minimo di informazioni.

Justin e Ariel camminano insieme, e all’improvviso nessuno dei due è più arrabbiato, tanto che lui le chiede di Dylan e finiscono col parlare di libri, di come lei ami la lettura (cosa mai mostrata finora e che non ci verrà mostrata neanche dopo, esattamente come accade con quasi tutte le altre Hope. Show, don’t tell!)e approdano all’argomento “mamma morta”, con Justin che nello scoprire questo si dispiace.

Ma che ti frega, ammazzi la gente per vivere, che differenza ti fa una donna che nemmeno conoscevi e non hai ucciso tu, scusa? E poi sono stati i tuoi colleghi ad ammazzare suo padre, no?

Boh, in ogni caso passiamo rapidamente a parlare della famiglia Bieber, in particolare di suo padre, così in fretta che ancora mi gira la testa, e Justin ci racconta un altro pezzetto della sua storia traGGica:

“In poche parole ha tradito mia madre, lo fece per molto tempo. Finalmente però si separarono, avevo quindici anni. Tornò a Stratford dove nel giro di pochi mesi trovò una nuova compagna, Eliz ed ebbe due figli. Io rimasi con mia madre ma stavo bene ” non gli credevo, non poteva sul serio non soffrire, non era umano. “Avevo mio fratello Ryan con me ma anche lui si rivelò un traditore” sorrise malinconico.

“Traditore?”

“Si” abbassò per un attimo lo sguardo. “Se ne andò di casa appena compiuti sedici anni. Mi abbandonò, anche lui dopo mio padre”. Ero sotto shock.

“Non avevo idea di tutto questo” riuscii solo a dire.

“Nessuno ce l’ha” ridacchiammo. Sembrò quasi che non avessimo mai litigato.

Già, sembra davvero così, eh?

Comunque, porterei l’attenzione su questo Ryan, finora mai nominato: ha “tradito” Justin andandosene di casa quando aveva sedici anni. Questo è tutto ciò che sappiamo di lui, il resto si accentra sul “dolore” che ha dato a Justin, povero piccolo. Voglio però far notare che questo ragazzo se n’è andato ancora minorenne, e probabilmente non è nemmeno andato dal padre, dato che nella telefonata con Jazmine non viene minimamente nominato di striscio.

Devo quindi supporre che, come Justin, abbia preferito cavarsela da solo, e che le difficoltà in casa fossero tali da spingerlo alla fuga.

Io mi immagino il dramma di questo povero ragazzo che ha preferito lasciare la madre e il fratello prima ancora di compiere la maggiore età pur di allontanarsi da quella casa. Ma no, è Justin che ha sofferto, qui, diamo attenzione a lui. È ovvio che sia diventato un criminale, dopo il tremendo tradimento del padre e del fratello.

E, a proposito del padre, mi sembra che con Justin vada molto d’accordo. Insomma, lo ha aiutato quando lo hanno arrestato, lo chiama spesso per chiedergli come va, lo invita per il Ringraziamento ogni anno… okay, ha tradito la moglie (vai a sapere quali siano i motivi), però con Justin si comporta comunque da padre. Dopotutto è Justin stesso che non vuole vivere con lui perché lì non si sente a casa.

E Ryan? Lui dov’è? Perché non lo ha cercato e aiutato come ha fatto con Justin? Cos’è successo? Che fine ha fatto?

Piton: – Se lo sarà risucchiato un buco di trama, lo stesso da cui è appena uscito. –

Shade: – Così in fretta? Accidenti… devo dire di essere impressionato. Gaia, he tu sappia è mai successo prima? –

Gaia: – Miao. –

fanwriter91 (togliendosi il mantello dell’invisibilità e apparendo in mezzo alla stanza): – Fermi tutti, rileggiamo bene i pezzi. Ci era stato detto che Jazmine e Jaxon sono i “fratellastri” di Justin, un attimo fa ci hanno detto che il padre, con la nuova moglie, ha avuto due figli, che, in teoria, sono loro. Infatti Ryan, fratello pieno, non era stato citato… il divorzio c’è stato quando Justin aveva quindici anni, ora lui ne ha ventuno, il padre si è risposato poco dopo il divorzio, il che vorrebbe dire che i suoi fratellastri dovrebbero avere cinque o sei anni, non essere adolescenti! Ma rileggere faceva schifo? –

Piton (puntandogli contro la bacchetta): – Questa non è la tua recensione: Levitidaballus! – (scaglia la sua magia e scaraventa fanwriter91 fuori dalla finestra.)

Shade: – Per citare un tuo amico… via, via, Sev… più garbato.-

Comunque, Justin ora chiede in cambio di sapere come è morta la madre di Ariel, e finalmente lo scopriremo anche noi lettori, dopo ben undici capitoli stracciamaroni. Giuro su quello che vi pare, inclusa la testa di Gaia, non ho ancora letto quel pezzo, ma scommetto che è stato per cancro o per incidente.

Vediamo un po’…

“Ero ancora piccola per affrontare una cosa così grande, avevo compiuto solo da qualche giorno quattordici anni. Ricordo che mio padre mi venne a predere a scuola e mi disse che dovevamo fare un salto all’ospedale. Presi mia sorella all’asilo e partimmo, come una stupida credetti fosse andata a farsi una visita ma quando arrivammo la vidi su un letto bianco, pallida, con molte – troppe – cannette addosso. Aveva un tumore al cervello e non ci fu niente da fare” sentii una lacrima rigarmi la guancia.

Signore e signori, posso entrare nella gang di Justin, perché anche io ho un superpotere: prevedo il futuro! O meglio, prevedo le trame banali.

Un tentacolo si pose sulla spalla di Shade Owl, distraendolo dal suo lavoro. Era Chtulhu che aveva qualcosa da dirgli

Shade Owl avvicinò l’orecchio al collega, che cominciò a mormorare nella sua arcana lingua Lovecraftiana. In un angolo Piton sorseggiava una tazza di the, mentre Gaia inseguiva palline coi sonagli in giro per la stanza.

– Cosa ti sta dicendo?- chiese il professore, abbassando la tazza.

Deluso, Shade Owl guardò il collega e scosse la testa.

– In quanto esperto di superpoteri, Chulhu mi sta dicendo che non basta prevedere trame banali per essere considerati dei metaumani. Diamine… e ora come faccio?

– Oh, suvvia… di certo c’è di peggio, al mondo. Questa ficcyna, per esempio. –

Dal suo angolo, Gaia si distrasse un momento dalla pallina e guardò Shade Owl.

– Miao!- esclamò.

– Giusto. Grazie, ragazzi. Meglio rimettersi al lavoro, adesso… –

Torniamo al pezzo sulla mamma morta: tumore al cervello. Al di là dell’originalità della scusa, i tumori hanno sintomi, anche parecchio gravi, che fanno sospettare problemi ancora peggiori. Il primo nonché più comune è un forte mal di testa, che peggiora via via che il tumore diventa più grande. C’è poi l’epistassi, dovuta a un aumento della pressione intracranica. Senza contare evidenti problemi neuronali. E sto andando a memoria, se aprissi anche solo Wikipedia sapete quanti sintomi troverei? E poi, che tipo di tumore? Ne esistono uno svarione. Ma vabe’, era piccola, posso capire che non lo sappia, magari nemmeno gliel’hanno detto, su questo posso passarci sopra.

Però cacchio, si sono resi conto del tumore solo il giorno in cui questa donna è morta? Io un controllino me lo sarei fatto fare, magari anche loro hanno qualche problema!

fanwriter91 (rientrando dalla Finestra, serio in volto): – Perdonatemi, ma devo intervenire. Durante i miei tentativi universitari, corso infermieristica, ebbi modo di parlare con un paziente che aveva avuto un tumore, ma il primo medico a controllare le lastre non lo notò, e solo anni dopo, quando la situazione era diventata davvero grave, se ne resero conto altri dottori che le ricontrollarono. Un conoscente (anziano) di mio padre è poi morto di tumore, dopo che il medico aveva detto più volte che i dolori che sentiva erano dovuti a depressione. Questo per dire che la malasanità esiste, purtroppo. Certo, una argomento del genere meriterebbe un maggior approfondimento, e sarebbe stato davvero strano trovarlo in una fyccina del genere. Detto questo, mi dileguo da solo stavolta. – (Alza un mantello tratto da un buco di trama e si getta dalla Finestra.)

La “storia” procede per un altro po’, e scopriamo che Justin non ha fatto nulla con Sophie, che questa è solo una specie di psicopatica che vorrebbe a tutti i costi fidanzarsi con lui, che gli va dietro da un paio d’anni e dice a tutti quelli che incontra di essere la ragazza di Justin. La nostra Hope, ovviamente, gli crede all’istante sulla parola e rinuncia definitivamente al suo Dylan (mi spiace, Chtulhu, non puoi ancora mangiare niente) i due si sbaciucchiano un po’.

Dopo questo, Sophie sparisce del tutto dalla trama. Ha fatto presto a scordarsi della sua ossessione per Justin.

Nelle note, l’autrice si scusa per il ritardo, ma ha avuto da fare, era Ferragosto e poi ha approfittato del momento per correggere eventuali errori di battitura. Considerando quanti ne sono rimasti devo farle i miei complimenti… proprio un bel lavoro.

Nel capitolo successivo i due ritrovati coglionci… piccioncini raggiungono Nathan e David da Starbucks, dove i due li informano che il contratto è stato firmato, anche se il tipo si sta cacciando in un bel guaio:

“Bene ma non è servita la forza. Come sospettavamo doveva solo firmare dei documenti” spiegò David addentando un pezzo di toast al prosciutto.

“Quel tipo si sta cacciando in un bel guaio” intervenne Nathan attirando la nostra attenzione su di lui. “Ha chiesto un presito a Tomas di cinquantamila dollari” aggiunse.

Ehm… da quando la mafia fa firmare qualcosa per dei prestiti?

Piton: – Beh, se non altro ora abbiamo un’idea di cosa facciano questi mafiosi, oltre a uccidere chi ha dei debiti con loro: prestano denaro a strozzo. –

Shade: – Dici? A me non pare così chiaro… comunque, sei tu che sai usare la Legilimanzia, mi fido di te. Il problema, piuttosto, è un altro: quei soldi, quelli che prestano, da dove arrivano? Come li hanno accumulati? –

La nostra Hope all’improvviso si chiede quanto grande potesse essere il debito di suo padre, visto che è stato addirittura ucciso, e secondo Justin pare che fosse intorno ai duecentomila dollari, da restituire a rate. Ne ha saltate troppe e Tomas ha perso la pazienza.

Che spiegazione del cazzo.

Prima di tutto, duecentomila sono una cifra balorda per uccidere qualcuno. Sul serio, un supermafioso come ci viene descritto questo Tomas dovrebbe davvero essere disperato per uccidere qualcuno per così poco. In secondo luogo, se un insolvente salta le rate lo puoi picchiare, gli puoi bruciare la macchina, lo puoi derubare e infine sì, gli rapisci la famiglia da usare come garanzia o come risarcimento. Addirittura ci sono alcuni che, non potendo pagare, sono stati costretti a svolgere dei lavoretti o a offrire servizi gratuiti, magari a vita, per la mafia. Peccato che Ariel sia stata presa per essere un membro effettivo della banda per motivi ancora ignoti, mentre Ben, per il suo debito, è stato direttamente ucciso.

E anche la reazione di Ariel è allucinante:

Ecco perchè ogni settimana si fermava in banca a prelevare del denaro. Chissà quanti segreti aveva mio padre che ne io ne Shila avremmo mai saputo. Erabrutto esserne consapevole e non poterglielo dire, no perchè lui era morto, aveva raggiunto mia madre lassù.

Cioè, tutto questo è trattato con una leggerezza a dir poco assurda. C’è davvero gente che ha problemi con la mafia, che muore o che viene mandata in ospedale. E poi, ora che ci penso, questo qui viveva in Texas, mentre Tomas è di New York. Perché cavolo ha fatto tutta quella strada per un prestito mafioso? E come sapeva di Tomas?

Mi sta venendo il mal di testa…

Comunque, non c’è tempo per soffermarsi oltre: quella sera Tomas vuole vederli “in centrale” per aggiornarli sulle nuove missioni. Tornano quindi a casa dove Ariel, all’improvviso, sente i postumi della sbronza presa la sera prima e che finora non ha minimamente avuto (postumi usciti da un buco di trama, questa mi mancava) e si addormenta, sognando la sorella.

Quando si sveglia, tutta sconvolta, continua a pensare a Shila, che verrà affidata ai nonni in Arizona (come cavolo faccia a saperlo non lo so) e, se questi dovessero morire prima della sua maggiore età, agli zii in Ontario.

Cioè, ha uno svarione di parenti e nessuno di questi si preoccupa di scoprire dov’è finita?L’hanno data per morta? Nessuna denuncia alla polizia, nessuna notizia sui giornali?

Comunque, dopo un po’ di fuffa, Ariel si ricorda finalmente del pacchetto che le aveva portato Justin nel capitolo otto. Viene fuori che gliel’ha mandato Tomas (perché lo abbia spedito invece di affidarlo a Justin o agli altri non lo so) e dentro c’è “un oggetto che le sarà utile per le sue missioni”.

Un cellulare.

Ma certo, quale mafioso non regala un cellulare alla ragazza che ha fatto rapire?

Mi sento tanto un disco rotto…

Arriviamo alla riunione, con Justin che si raccomanda con Ariel di non avere alcun contatto con lui, o Tomas capirebbe che ha violato il veto. Poco dopo arriva il gran capo, che distribuisce incarichi tipo la maestra che assegna i compitini: chi deve cercare una nuova recluta nel Bronx, preferibilmente con esperienza (e qui me li immagino affiggere i famosi manifesti: “CERCASI APPRENDISTA CON ESPERIENZA), chi deve recuperare delle carte ma avrà i dettagli per lettera (già che li hai fatti venire qui dagli tutti i dettagli subito, no?) e David e Nathan, i suoi “manipolatori”, andranno chissà dove in nottata e per i prossimi giorni avranno notizie per la nuova missione. Non fate domande, per favore.

Justin e Ariel, invece, verranno mandati a Los Angeles per un paio di giorni. Ha prenotato il migliore hotel che conoscesse, tutto per concludere un affare con un certo Morgan Opreil, ma non ci viene detto altro.

Non deludetemi” si fece serio nell’ultima parte del discorso estraendo la pistola dai pantaloni. “Oppure, bang” scoppiò a ridere dopo aver mimato un colpo d’arma con la pistola.

Evgenij (mentre monitora la recensione a distanza con un Palantìr): – Sono deluso. Volevo il boom. –

Bah… l’autrice vorrebbe renderlo inquietante, a me sembra solo un idiota incoerente. E meno male che continua a ripetere che Ariel è “il suo gioiellino”.

Rincasati, Hope si fa un bagno (e ci accenna di aver fatto danza. Di nuovo, show, don’t tell!) e quando esce scopre di avere un solo asciugamano per coprirsi. Di conseguenza, chiede a Justin se ce ne sono altri per i capelli.

“Justin” attirai la sua attenzione avvicinandomi. Si girò verso di me e giuro di averlo visto sussultare non appena mi vide. Si passò la lingua sulle labbra, mi squadrò da capo e piedi con attenzione, quasi fossi stata una caramella da assopare lentamente, per poi tornare a guardarmi negli occhi. “Potrei avere un altro asciugamano?” chiesi con timore indicandomi i capelli. Justin dischiuse le labbra inumidendosele un’altra volta come se fossero state secche ma, erano lucide.

Ammetto però, che appariva molto sexy mentre lo faceva.

“Certo, te lo prendo” annuì. Fece per andare via, verso il bagno che lui e i ragazzi condividevano ma il suo braccio destro mi sfiorò il corpo con troppa velocità e porca miseria, l’unica cosa che mi divideva il mio corpo da lui, cadde.

Strabuzzò gli occhi.

Ero nuda.

Lo guardai scioccata, come paralizzata mentre i suoi occhi esaminavano ogni centimentro del mio corpo, ormai visibile al cento per cento.

Si avvicinò a me a passo svelto, solo dopo essere arrivato a pochi centimetri dal mio corpo riuscii a guardarlo negli occhi. Sentivo le guancie scaldarsi ogni secondo che passava.

Cristo, ero nuda.

“Oh, mio Dio” urlai alzando l’aciugamano da terra cercando di coprirmi almeno le parti che era fondamentale non vedesse.

Justin fece l’ultima cosa ragionevole. Mi prese le braccia allontanando l’asciugamano con una mano e facendolo ricadere a terra.

Scosse la testa deglutendo.

“Non coprirti, cazzo. Sei fottutamente bellissima” arrossii come una scema. Non era affatto il momento di arrossire. “Cazzo, mi dispiace” si passò le mani fra i capelli abbassando lo sguardo rimangiandosi le parole immediatamente. “Non so cosa diavolo mi sia preso. Tu eri nuda e ho perso la testa” balbettò cercando in qualche modo di giustificarsi prima di respirare profondamente.

“Non ti preoccpare, sei solo un ragazzo e tutti avrebbero reagito così” annuii sforzandomi di credere che non fosse successo niente prima di riprendere l’asciugamano e coprirmi.

Tipica reazione di chi è stata denudata due volte, la seconda di proposito.

Ma poi, quale ragazza direbbe “non ti preoccupare” dopo che un tizio conosciuto da poco l’ha spogliata? “Non ti preoccupare” un accidenti, qui stiamo sfociando nella molestia sessuale!

Segue scena di sesso fanservice buttata a caso in cui ci viene detto chiaramente che Justin “è ben dotato”, tanto per far sbavare un altro po’ le lettrici, poi finisce il capitolo. E il veto? Chissene, facciamo sesso.

Il successivo inizia al mattino dopo, coi due che parlano di nuovo del loro rapporto, che è stato solo sesso e che Justin non si innamorerà mai mentre Ariel crede nell’amore a prima vista ed è innamorata di qualcuno eccetera.

Justin le chiede di chi, se si tratta di David, e lei risponde che no, non è David e lui non lo conosce, quindi suppone che sia Dylan. Vabe’, la bottiglia d’acqua che ho qui accanto è più intelligente, a ‘sto punto. Anche lei ha già capito che quel qualcuno che Justin non conosce è proprio Justin (MEGA SPOILER) ma che semplicemente non riesce a capirlo e per questo ancora non lo conosce. Lo so, fa venire il mal di testa.

Nonostante tutto, comunque, nelle scene seguenti continuano ad amoreggiare per la casa manco fossero due fidanzatini delle superiori, malgrado si dicano che non dovrebbero, ma chissenefrega. Il tutto ci porta a questa perla perlosa:

Eravamo così sbagliati insieme da essere giusti.

Se qualcuno ha capito cosa vuol dire questa frase (che sono certo di aver già letto almeno un’altra volta da qualche parte) per favore, spiegatemela, che i miei assistenti sono confusi quanto me. A parte Gaia, lei è ancora alle prese coi suoi giocattoli.

fanwriter91 (avvicinatosi al Palantìr): – Deve essere il principio del moltiplicare un numero negativo per un altro negativo al fine di dare un positivo. –

Evgenij: – Come ti permetti di paragonare questa frase tumblr a una delle regole fondamentali dell’Aritmetica?! –

Vabe’, mentre loro due discutono, io vado avanti, che è meglio.

In teoria Justin dovrebbe portare di nuovo Ariel al capannone per allenarla ancora, ma decide invece di fare altro e le raccomanda di portarsi il costume. Giusto, non sia mai che sia pronta per le “missioni” di Tomas, andiamo a cazzeggiare.

A proposito, Tomas tra tutti quei vestiti le ha fatto avere anche dei bikini. Così.

Durante il viaggio in macchina (la cui meta è un mistero) la nostra Hope si rende finalmente conto che non può uscire di casa né fare qualsiasi cosa senza Justin che la accompagni. È di fatto totalmente dipendente da lui.

E questo come la fa sentire?

Meh…

Sul serio, il rigo dopo gli chiede semplicemente dove stanno andando, e di nuovo lui ribadisce che è una sorpresa. Come se il rigo prima non fosse mai stato scritto. E sapete da dove ha origine questa sua gran rivelazione? Dal fatto che non ha potuto dare l’esame per la patente, fissato per il giorno prima, ma tanto a che le serve, dato che è con Justin, come lui stesso osserva?

Insomma, ricapitoliamo: lei avrebbe dovuto prendere la patente, ma Justin fa notare che comunque non le servirebbe perché tanto c’è lui, e lei concorda che non avrebbe senso perché in effetti è totalmente dipendente da lui.

Per lei non ha senso prendere la patente, perché tanto dipende da Justin.

MA CHE CACCHIO DI RAGIONAMENTO È?

Piton: (forzando nella bocca di Shade il contenuto di una fiala) – Forza, forza… un sorso di Distillato della Pace… –

Insomma, i due vanno al mare. Mi chiedo dove, però: a New York ci sono uno svarione di spiagge: c’è Coney Island, Manhattan Beach, Rockway Beach… in tutto sono almeno nove, secondo una ricerca veloce (e pure superficiale) di Google. Alcune nemmeno io le conoscevo, e ho passato quasi un anno e mezzo a studiarmi la città, in passato. Sarebbe stato carino sapere dove vanno di preciso questi due, anche perché non riesco a capirlo nemmeno andando avanti con la lettura: non c’è alcuna descrizione della zona, malgrado l’autrice non perda occasione per descriverci Justin, Ariel e i loro vestiti (sul serio, fino ad ora ho contato almeno sei o sette descrizioni del loro aspetto fisico, in particolare di Justin. Ve le ho risparmiate perché sono buono).

Non c’è gente in giro? Com’è il mare? E ancora, nessuno riconosce una ragazza che è stata rapita giorni prima in Texas, dove suo padre e probabilmente la sua migliore amica sono stati uccisi? I telegiornali non hanno fiatato? Nessuno la cerca? Perché insisto?

Mentre i due camminano sulla spiaggia eccoci tornare all’argomento mamma Bieber, dove finalmente scopriamo che Justin ha sempre vissuto a New York, dato che la madre portava sempre su quella spiaggia lui e suo fratello Ryan. Io credevo che venisse dal Canada, come effettivamente è nella realtà, e solo dopo che la madre lo ha cacciato si fosse spostato a New York, ma pace. Chi sono io per contrastare l’autrice? Soprattutto perché, più avanti nella trama, le cose cambieranno di nuovo e ci verrà detto che prima Justin e sua madre vivevano a Los Angeles, dove lei abita tuttora. Ma ce cavolo, decidiamoci!

“Tua madre vi doveva voler bene allora, per portarvi qui” fece una smorfia.

“E’ sempre stata una donna complicata, non gli è mai interessata troppo la famiglia e credo che se ci portasse qui fosse solo perchè almeno qui non le rompavamo le scatole” ridacchiammo “Poi, dal tradimento di mio padre peggiorò ed iniziò a portarci di rado, quasi mai fino a non farci più vedere questo posto” si strinse nelle spalle sconsolato. “Si separarono e pensò solo a trovare un nuovo marito, io e Ryan eravamo diventati d’intralcio per lei” sospirò.

“Come possono essere d’intralcio i propri figli?” corrugai la fronte.

“Nessun uomo voleva impegnarsi perchè aveva dei figli ormai abbastanza grandi. Volevano tutti una donna completamente libera” annuii.

Oh, certo, tutte le donne scacciano i propri figli pur di trovare un uomo. Porca Afrodite, ma sul serio una ragazza ha scritto una cosa del genere? Cioè, non ha senso… li avrebbe mandati via perché nessun uomo voleva impegnarsi con una donna che ha figli tanto grandi? A parte che non è assolutamente vero, esistono i bastardi così come esistono uomini disposti a impegnarsi anche con donne che hanno figli molto grandi (io non ho paura di affermare di esserlo, per dire), ma comunque quale donna farebbe una cosa del genere? Sul serio, questa è un’enorme cretinata: se i figli sono piccoli hanno bisogno di più cure e attenzioni, mentre quelli più grandi sono già indipendenti, specie se hanno tra i sedici e i diciannove anni come Justin e Ryan. Ormai sono praticamente adulti, quanto fastidio possono dare in una relazione? Severus, tu sei il nostro opinionista, cosa ne pensi?

Non avrei saputo dirlo meglio.

Andando avanti c’è solo fuffa, quindi saltiamo a piè pari, arrivando alla fine del capitolo, dove Justin promette alla nostra Hope che, quando lascerà New York, la porterà con sé, lontana da quella vita di mafia e omicidi (che nessuno dei due ha ancora commesso).

Nel capitolo dopo (siamo al quattordicesimo) i due arrivano a Los Angeles, in un albergo che ci viene descritto come maestoso e imponente, aggettivi che mi fanno pensare di più a un castello, e alla reception basta fare il nome di Tomas per spaventare la ragazza al banco. Ma sul serio? Ha dovuto minacciare una povera receptionist per far avere le stanze a un suo scagnozzo?

E non camere qualsiasi: all’ultimo piano, che negli alberghi di quel genere è riservato alle suite, che costano migliaia di dollari a notte.

La camera è naturalmente “meravigliosa”, come la definisce Ariel, e dentro c’è un letto matrimoniale. No, un momento… perché una camera con letto matrimoniale, se su Ariel c’è il veto?

Piton: – Se ti fermi ogni volta che trovi insensatezze non la finiamo più, sai? Hai scritto trenta pagine, e non sei nemmeno a metà recensione. –

Shade: – Severus, per favore… tirami qualcosa e fammi molto male. –

A proposito di farci del male, ecco qui un altro pezzo che può aiutarci in tal senso:

“Tutte le ragazze con cui sono uscito.. ” mimò le virgolette con le dita “.. prestavano troppa attenzione alla dieta, se mettevano su due etti non mangiavano per una settimana” sembrò inorridito mentre lo diceva. Iniziai a credere non gli piacessero solo bamboline di ceramica più snelle del mio mignolo.

“Tutte bionde e stupide scommetto” ridacchiò. Ci avrei scommesso la testa che fossero state tutte bionde e stupide.

Chtulhu: – Grhja! Nak’thambiemko! Nuh trhak’la mah nakuthlu’khta! –

Stavolta non ho tradotto di proposito, credo che nessuno vorrebbe davvero sapere cos’ha detto il mio collega. Il succo è che non vede l’ora di mangiarsi Justin e Hope.

Andando un po’ avanti, trovo un’altra benemerita cretinata: i futuri spuntini del Grande Antico hanno deciso di fare il gioco delle venti domande (ma le riducono a dieci) mentre fanno colazione, e così inizia Justin, che però non deve indovinare niente, quindi non capisco che gioco sia.

“Allora, quale indirizzo di studi frequentavi a Midland?” domanda monotona, sinceramente.

“Lingue” alzò le soparacciglia quasi sorpreso e la cosa mi fece mordere la lingua. Credeva fossi un idiota in grado di parlare solo l’inglese? Che poi non era una grande qualità, lo parlavano tutti.

“Quali? Sorprendimi” si prtò la tazzina alle labbra con quel sorrisetto stampato in volto da prendere a morsi.

“Francese e italiano solo i miei cavalli di battaglia” mi vantai. A dire il vero in francese avevo la sufficienza per pietà del professore che credo avesse un debole per Natasha, quindi, in qualità di sua migliore amica e compagna di banco ero decisamente avvantaggiata. L’italiano beh, sapevo i saluti e chiedere ad una persona come stava ma, non l’avrei detto a Justin.

“Saresti voluta andare al college?” mi passai una mano fra i capelli.

“Natasha ci sarebbe andata, io forse avrei voluto ma non avevamo la possibilità. Era mia madre a mandare avanti la famiglia e dopo la sua morte le cose peggiorarono” alzai le spalle. Volevo deviare il discorso, parlare di mamma e papà non era piacevole.

“Dove saresti andata se avessi potuto?”

“Beh, con Nat” risposi ovvia. “Credo avremmo scelto Chicago, era la più vicina a casa” il mio sogno era andare a Chicago e tornare il venerdì sera a Midland a trovare papà e Shila, non si sarebbe mai avverato.

Piton: – Cosa c’è adesso? –

Shade: – C’è che ho capito che non ci troviamo sul pianeta Terra. Da quando in qua Chicago è vicina a Midland? Ci sono più di diciassette ore di macchina per arrivare, e parlo di un viaggio solo! –

Chtulhu: – Lk’hat n’bha luk t’frykh’te noh suht. (Forse abbiamo trovato il superpotere di Ariel, l’ipervelocità.) –

Shade: – No, Chtulhu, lei è una Hope, ha ben altri poteri, lo dovresti sapere. Giusto, Gaia? –

Gaia: – Miao. –

Poi, dal nulla, Justin invita Ariel a Stratford da suo padre per il Ringraziamento. In Giugno.

IL RINGRAZIAMENTO SI FESTEGGIA A NOVEMBRE! Anzi, a Novembre negli Stati Uniti, a Ottobre per loro, dato che sono Canadesi e vivono in Canada! E no, non è un invito anticipato, ci andranno tra pochi capitoli, senza adeguati timeskip! Roba di una settimana al massimo, giuro! Verrà anzi detto chiaro e tondo che è Luglio!

Ovviamente lei non nota che è stata invitata nel mese sbagliato e accetta subito, e tutti vissero felici e conte…

Ah, no, c’è ancora la “missione”.

Veniamo a sapere, tornati in camera, che questi due devono raggiungere il già citato Morgan Opreil, “un ricco imprenditore che ha chiesto dei prestiti”. Se è ricco, perché ha chiesto prestiti? Una volta raggiuntolo, comunque, devono fargli firmare il contratto.

Ancora? Ma sul serio l’autrice crede che un mafioso quale dovrebbe essere Tomas faccia firmare dei contratti alla gente a cui presta denaro a strozzo? La mafia non agisce così! Non vuole che ci siano tracce, non fa firmare contratti, e comunque un padrino non manda degli scagnozzi per cose del genere, gli affari importanti li tratta di persona! E poi un contratto, per essere utile, deve avere valenza legale, e dubito seriamente che un mafioso voglia un collegamento tanto evidente con qualcuno che, se insolvente, farà ammazzare!

Il capitolo successivo si apre con i nostri scarsi eroi che raggiungono questo Morgan Opreil nel suo appartamento e gli sottopongono il contratto da firmare. All’improvviso questo ricco industriale che nemmeno si è preoccupato di procurarsi qualche gorilla per accoglierli tira fuori da sotto il divano (???) una pistola e spara un colpo.

Uno sparo.

Il proiettile cadde a terra a una decina di metri dietro di noi.

Sentivo il cuore battere più forte, perchè tutti in quel mondo avevano un innato bisogno di uccidere? E sopattutto, lo avrei avuto anche io prima o poi?

“Lascia la pistola” Justin afferrò la sua dalla cinghia dei pantaloni. Sembrava avesse escogitato quel gesto da tempo, lui lo sapeva che sarebbe servita ma non me l’aveva detto. “O ti ammazzo” non poteva farlo. Tomas lo voleva vivo e sarebbe voluto dire fallire ancora una volta ma questo Justin lo sapeva e non l’avrebbe permesso. C’era la nostra vita in ballo.

“E se ti ammazzassi io?” un altro sparo che mi fece sussultare. Quella volta il proiettile mi sfiorò il fianco destro.

Sentivo la pistola nel retro dei pantaloni gridarmi di prenderla, di premere il grilletto e di uccidere quel grande pezzo di merda ma no, non potevo. Ci serviva vivo.

Justin si avvicinò svelto prendendolo per il colletto della camcia sbottonata sulla parte superiore. L’uomo gemette mentre i muscoli delle braccia in tensione di Justin lo alzavano da terra.Gli diede un colpo al braccio con il ginocchio e l’arma cadde a terra sopra il pavimento appena laccato. Deglutii.

Fa qualcosa, mi dissi.

Muoviti, sei anche tu parte della missione, non essere solo la causa di un fallimento.

“D’accordo” la voce dell’uomo era strozzata. “Firmerò quel contratto e vi darò l’anticipo, tu lasciami andare” non sapevo se quelle parole fossero sincere.

Justin si girò nella mia direzione guardandomi per pochi istanti negli occhi.

Bastarono pochi attimi a fissare le sue iridi nocciola per capire che anche lui non sapeva se credergli davvero. Ma, a volte, le migliori cose vengono dopo essersi presi un rischio. Anche un rischio brutale.

Justin allentò la presa sull’uomo fino a tornare con le braccia lungo i fianchi e la pistola pronta tra le dita della mano sinistra.

“Vogliamo un assegno da cinquecento dollari, lo consegnerai alla banca entro tre giorni” disse.

L’uomo sospirò prima di annuire mentre lentamente firmava quel pezzo di carta bianco stampato.

Cinquecento dollari erano parecchi ma forse Tomas dopo aver incontrato persone come mio padre non voleva più rischiare.

Avevo quasi iniziato ad approvare la sua filosofia di vita.

Aveva una logica, infondo.

Okay, da questo pezzo (che ho voluto riportarvi per intero) si evince quanto segue:

1) se un insolvente ha firmato il contratto gli puoi sparare, se non l’ha firmato ti serve vivo;

2) Justin, oltre che la telepatia, ha anche la superforza (solleva un uomo adulto con una sola mano?Sticazzi!);

3) per l’autrice cinquecento dollari sono una cifra assurda;

4) questo Morgan è un pirla: ha il fattore sorpresa e spara a vuoto, ha il vantaggio di servire vivo e spara a vuoto, poi si lascia raggiungere da Justin, immobilizzare e disarmare senza neanche tentare di sparare.

Piton: – Assurdo è pensare che un mafioso faccia tanto baccano per quei pochi spiccioli. Shade, tu li hai? –

Shade: – Col mio stipendio faccio almeno quasi tre volte tanto, ovviamente facendo i dovuti cambi di valuta. E io non guadagno nemmeno granché, quanto basta per tirare avanti. –

Chtulhu: – Khyt c’jahylnha luhkf’ungha naht duh r’lubh kunh’tha! (Tra l’altro, Justin gli ordina di portare l’assegno in banca, quando in realtà dovrebbe darlo a lui!) –

Piton: – E poi un assegno può essere bloccato prima che la persona a cui è destinato lo incassi. In realtà dovrebbe fare un bonifico. E lo so io che sono un mago! –

Ma la vera chicca sono le ultime due frasi della nostra Hoperiel: “avevo quasi iniziato ad approvare la sua filosofia di vita. Aveva una sua logica, infondo”.

Tralasciamo l’evidente errore della parola “infondo” (e non è un refuso, l’ho trovato mezzo milione di volte finora): Ariel sta iniziando a pensare che, tutto sommato, la “filosofia di vita” di Justin non sia proprio sbagliata, e che addirittura abbia senso!

Comunque, il nostro Morgan Opreil recupera magicamente la pistola (sul serio, non ho capito cos’è successo) e spara un altro colpo a terra, invece di uccidere Justin, e insiste a dire che non darà loro questi cinquecento dollari. Justin, furioso, si avvicina alla sua vittima e poi:

Sbam.

Dilatai le pupille.

Gli aveva sparato.

Morgan aveva sparato a Justin.

Mio Dio, siamo ai livelli di “BOOM uno sparo” di “Afraid of You”…

Comunque, Justin è ferito, quindi Ariel si incazza e spara a Morgan, ma siccome non lo può uccidere gli spara a un piede e poi lo tramortisce, il tutto sentendosi bene, “viva”, come dice lei.

Cavolo, mi sa che la ragazza sta davvero diventando un’abile sicaria. Cioè, “abile” per i canoni di questa fic, intendo.

Comunque, ora che il pericolo è neutralizzato, la nostra Hope può occuparsi di Justin, quindi usa il cellulare che le ha regalato Tomas per chiedere aiuto al boss così che mandi qualcuno di fiducia per salvare Justin… ah, no, scusate, lo usa per chiamare un’ambulanza.

Shade: – … –

Piton: – … –

Chtulhu: – … –

Gaia: – … –

È ammutolita pure la gatta.

UN’AMBULANZA! PER UN MAFIOSO CHE SI È FERITO DURANTE UN’ESTORSIONE!

Chiunque abbia visto un minimo di serie televisive tipo CSI o simili (ma anche roba più leggera) sa che negli Stati Uniti la legge impone al personale sanitario di denunciare qualsiasi ferita d’arma da fuoco. Per questo molti malavitosi preferiscono non andare in ospedale a farsi medicare e spesso muoiono.

Diamine, nel mitico “The Departed” c’è addirittura una scena in cui uno dei tirapiedi dell’immenso Jack Nicholson viene ferito durante una sparatoria, e tutto ciò che fanno lui e gli altri è aspettare che muoia per poi disfarsi del cadavere, dato che non possono portarlo di certo in ospedale, dove lo arresterebbero.

Dai, guardiamo il lato positivo: magari è la volta che lo arrestano, la nostra Hope finalmente parla con la polizia, Tomas viene catturato e lei torna dalla sorella e dai nonni.

Piton: – Ci credi veramente? –

Shade: – No, ma sognare mi fa stare meglio. –

Arrivano i paramedici, che trovano i due sul ciglio della strada (ha spostato Justin da sola? Le norme di primo soccorso dicono chiaramente di non spostare MAI una persona ferita, onde evitare di peggiorare le sue condizioni, se non si sa cosa si sta facendo), se lo caricano su una barella senza nemmeno controllare le sue condizioni e fanno per andarsene. Di Morgan Opreil non frega un cazzo a nessuno, infatti non verrà mai più nominato.

“Aspettate, vengo anche io!” un’infermera dai larghi pantaloni neri e la t-shirt rossa si girò nella mia direzione. Sembrava non dormisse da molte ore o almeno, la pelle scura e gonfia sotto gli occhi lo lasciava pensare.

“Se non siete dei familiari non possiamo farvi venire” disse mentre mettevano sul viso di Justin una mascherina dell’ossigeno.

Non potevano portarlo lontano da me.

Pensa a qualcosa, Ariel. Pensa a qualcosa subito.

“Lo sono” alzai le braccia al cielo passandomi nervosamente la lingua sulle labbra. “Sono la sua ragazza, vi prego” la donna mi guardò un secondo mentre l’uomo al volante le faceva segno di essere pronto a partire.

“Allora vieni” mi aiutò a salire.

Non ero la sua ragazza ma, avrei voluto.

Non era però quello il momento di pensarci, Justin doveva stare bene, doveva farcela o non ce l’avrei fatta io.

Piton: – Ora, io non conosco molto bene il mondo Babbano, ma da quello che so non c’è una regola che imponga l’accesso all’ambulanza esclusivamente ai familiari, giusto? –

Shade: – Esatto. E sai come lo so? Non per i telefilm polizieschi, ma grazie a “The Big Bang Theory”! Neanche una cosa pesante che va in onda la sera tardi! –

Chthulhu: – Lkhru p’tkhinmhd adhakf’tehk bakhtu! (Mi piacerebbe mangiarmi anche loro!) –

Shade: – Vacci piano, a me quegli attori piacciono un casino. –

Arrivano in ospedale, e come ogni buon paramedico questi decerebrati passano dall’accettazione invece che dall’ingresso apposito per il pronto soccorso, che ogni ospedale possiede, sia in America che in Italia, e portano Justin subito in sala operatoria, lasciando la nostra Hoperiel in una sala d’attesa. Poco dopo Tomas telefona ad Ariel sul cellulare. Segue conversazione allucinante:

“Pronto?”

“Ariel, che è successo? Avete fallito?” non sapevo dire se fosse arrabbiato o solo agitato ma suppongo entrambe le cose.

“La missione è riuscita ma Justin è stato colpito. E’ in sala operatoria” mi passai una mano sugli occhi mentre riprendevo posto sulla piccola seggiolina dall’imbottitura rossa. “Gli ha sparato” aggiunsi con voce strozzata.

“Quel lurido bastardo.. avete il contratto?” almeno una cosa era andata bene, pensai.

“Si” sembrò rassenerarsi alla mia risposta. A me sinceramente non fregava più niente di fallire o meno, volevo solo che Justin stesse bene. Mi sorpresi quasi dei oensieri turgidi di quell’uomo, certo mi aveva chiesto dell’accaduto ma sapere che avevamo il contratto lo aveva sollevato quasi la vita di un suo uomo fosse solo un dettaglio secondario. Non era una mia impressione, era proprio così.“Non lo lasceranno mai andare entro stasera se lo stanno operando quindi allungherò il pernottamento all’hotel, lunedì prima di pranzo vi voglio in centrale” tuonò serio.

E così, la nostra permanenza a Los Angeles sarebbe durata un po’ più del previsto.

Tomas scopre che hanno sparato al suo uomo migliore, che quest’ultimo è in sala operatoria in un ospedale e tutto quello che fa è allungare il pernottamento dell’hotel (sarebbe “estendere la prenotazione”, ma passiamoci sopra)?

Ma, santo Vito Corleone, Rocky e Mugsy sono dei gangster molto più in gamba di loro, e parlo di due che si fanno ripetutamente bastonare da Bugs Bunny! Un vero boss mafioso si incazzerebbe a morte per l’accaduto, ordinerebbe subito l’omicidio di Justin e Ariel senza pensarci su due volte!

Oh, per l’amor… andiamo avanti, c’è un’altra sequela di cazzate e io sto per esaurire la vodka.

Dopo un breve scambio di messaggi con David, in cui dice solamente che tarderanno a tornare, un’infermiera esce dalla sala operatoria e le si avvicina. Non dovrebbe darle notizie, dato che non è una parente (è in questo caso che bisogna essere consanguinei), ma a quanto pare i livelli di preparazione del personale ospedaliero, qui, rasentano quelli di Justin e Tomas come mafiosi, quindi a posto.

Secondo l’infermiera Justin è fuori pericolo (anche se non è passato molto da quando sono arrivati, il che mi suona estremamente improbabile) e lo terranno sotto osservazione tutta la notte. Ad avvisare la polizia come da norma di legge, tuttavia, non ci pensa nessuno.

Piton: – La polizia non esiste. –

La nostra Hope aspetta un’altra mezz’ora in una diversa sala d’attesa, vicina alle camere dei pazienti (solo mezz’ora? Fortunata), poi le si avvicina un medico che le dice che Justin è sveglio e può ricevere visite. Altra grossa cazzata, in mezz’ora non ti riprendi da un’anestesia chirurgica.

Ma non è l’ultima:

L’uomo firmò delle carte prima di lasciarle sopra il piccolo tavolo sulla destra della stanza, alzò lo sguardo verso di noi e si portò gli occhiali da lettura sulla punta del naso.

“Devi riposare, Justin. Se ha pazienza tra un’ora apre lo sportello delle visite e potrete andare a prendere un po’ d’aria nel giardino interno dell’ospedale” spiegò tornando a rivolgersi a me.

Dipendesse da me, radierei questo eminente cretino dall’albo medico. A parte che non capisco cosa intenda con “tra un’ora apre lo sportello delle visite”… cosa, in questo ospedale i pazienti sono chiusi dentro finché non aprono uno sportello che permetta loro di uscire? E poi, ha appena subìto un grosso intervento chirurgico! Non cammini dopo un’ora, sei fortunato se ci riesci dopo giorni! E se state per obbiettare che i pazienti possono uscire in carrozzina, andate avanti a leggere, per favore. Poi ne riparliamo.

Il capitolo finisce con Ariel che è delusa e ferita, arrabbiata con Justin perché lui, di fronte alla sua preoccupazione, dice che è un uomo forte e maturo abbastanza da cavarsela da solo.

Passiamo quindi al sedicesimo, portandoci a metà di questo obbrobrio di ficcyna (oh, grazie al cielo…) con la nostra Kelsey che ce l’ha a morte con “Danger” perché si è fatto arrestare…, no scusate, mi confondo con un’altra cosa.

Dicevo, Ariel è arrabbiata al punto tale da dubitare di essere ancora innamorata, ce l’ha con Justin e fuffa fuffa fuffa.

Poco più tardi ecco Justin uscire camminando in giardino (visto??), al braccio di un’infermiera che lo scarica a Ariel e se ne va. Segue scena di litigata fuffusa, bacio, rappacificazione, ancora fuffa e io mi voglio sparare.

E la voglia aumenta quando scopro, nell’ordine:

1) che il medico di turno cambia le bende a Justin (malgrado lo avessero già fatto a inizio paragrafo) anche se sarebbe compito di un’infermiera;

2) Ariel gli chiede se può dormire in ospedale e lui va subito a cercarle una brandina (ma che è, un concierge?);

3) dato che non trova nessuna brandina, Justin propone che Ariel dorma nel letto con lui, “tanto c’è spazio”, e il medico… annuisce e torna a farsi i cazzi suoi.

Ma che ospedale è? Nemmeno al Sacro Cuore succedono queste cose! Anzi, al Sacro Cuore avrebbero incontrato il Dottor Cox, e probabilmente sarebbe andata così:

Segue scena di sesso, in cui stranamente Justin riesce ad aver un’erezione malgrado l’intervento subito QUELLO STESSO GIORNO e i punti tengono senza strapparsi a causa della tensione muscolare dell’amplesso e ai movimenti ripetuti fatti dai due durante l’atto.

Passiamo al capitolo successivo, quando arriva un messaggio da parte di Nathan che chiede ad Ariel notizie di Justin, che non risponde.

“Chi era?”

“Nathan” scrollai le spalle. Justin corrugò la fronte. “Non mi credi?”

“Sono geloso delle mie cose” rabbrividii a quelle parole ma allo stesso tempo m’innervosii. Non ero un oggetto, non appartenevo a nessuno e per quando il mio sentimento per Justin fosse forte e complesso non volevo essere posseduta, nemmeno da lui.

“Non ti appartengo” dissi dura.

“Principessina” si avvicinò al mio volto inclinando la testa verso destra. “Indirettamente, sei mia. In caso contrario non mi lasceresti fare questo” mi lasciò senza fiato quando mi baciò dolcemente.

Severus, a te la parola.

Grazie, caro collega.

Segue fuffa inutile, e quel pomeriggio Justin viene dimesso (seeeee, come no!), tornano in albergo, Ariel decide che vuole affrontare l’argomento “noi due” perché vuole “sicurezze” e Justin, che non può dargliene, esce e telefona a Nathan, al quale spiega che hanno fatto sesso. Il discorso del veto passa subito in secondo piano, comunque, perché è più grave il fatto che Ariel si aspetti una storia seria da Justin. In fondo Tomas si limiterebbe a ucciderlo se sapesse la verità, Ariel invece vuole che Justin sia onesto con lei. Porca miseria, tremenda!

Dopo aver parlato con Nathan, comunque, Justin capisce cosa deve fare, ribadendo che lui non è il fesso (come lo definisce l’amico), lui è quello bravo, il duro, una spanna sopra gli altri, che si fa rispettare eccetera eccetera (non sto parafrasando, è così che parla di sé).

Tornato da Ariel scopre che ci sono dei nuovi ordini di Tomas, che “in centrale” le cose vanno male e ha perso degli uomini, quindi tutti faranno gli straordinari.

Chtulhu: – T’klha mb’kthuk nan’tha lahk tu’rylfghu! (Speriamo almeno che siano previsti dal contratto, questi straordinari!) –

Shade: – Andiamo, ormai abbiamo capito che Tomas è un feticista dei contratti… è ovvio che sono previsti. Quale mafioso non si fa pagare gli straordinari? –

Comunque, in pratica dovranno andare entro tre giorni a un ballo in maschera, e poi avranno una pausa fino a dopo il Ringraziamento. Alla faccia degli straordinari… e hanno pure le ferie! Cavolo, lo farei io questo lavoro, tanto è evidente che lo possono fare tutti!

Comunque, Ariel è ancora incavolata per la storia delle sicurezze, così esce per fare una corsa e sfogarsi un po’. Justin, preoccupato di aver rovinato tutto, decide di portarla a cena fuori.

Nel capitolo successivo c’è praticamente solo fuffa, l’unica svolta è che Justin è pronto per ufficializzare la loro relazione così, dopo l’ennesima discussione (E BASTA, DAI!) i due si “fidanzano ufficialmente”, che poi vorrebbe dire che lui le ha chiesto di sposarla e lei ha detto sì, ma un sacco di ragazzine (e anche ragazze più mature) spesso non colgono la sfumatura. Comunque, ci passiamo sopra.

Soprattutto perché, poco più avanti, Ariel afferma di avere un legame molto più profondo con Justin, Nathan e David rispetto a quello che aveva con Dylan e Natasha perché loro due non la capivano davvero malgrado i tanti anni passati insieme, mentre con loro tre ehi, ha vissuto una settimana e qualcosa, si conoscono meglio di chiunque! Anzi, non solo, dice chiaramente che ormai quei due per lei non ci sono più. Che grande amica, diamine! Ne vorrei io una così!

Segue ulteriore fuffa coi due che decidono di andare a cena, e il capitolo si chiude con questa perla perlosa:

“Mh, se qualcuno ti guarda lo ammazzo” alzia gli occhi al cielo mentre il suo braccio mi circondava le spalle.

“Addirittura ammazzarlo? Aggressivo” gli feci osservare mentre le nostre mani entravano in contatto stringendosi fra di loro.

“Ho una pistola in camera, ricordi?” ridacchiai a quell’affermazione prima di annuire. “Non sto scherzando, sei mia adesso”.

Ancora, Severus, per favore.

Appunto.

Ma belle sono certe recensioni. Eccovi le migliori:

“Oh mio dio, sì. Finalmente! Sono miei, basta nhdscnkdjs.”

“Cioè sono tipo awww e awwwwwwwww e le mie facoltà mentali stanno per finire sotto terra… yey” (mia cara… non stanno per, lo sono già)

“finalmenteeeeeeeeeee non vedevo l’ora di vederli insieme voglio anke io un ragazzo cosi :(“ (cioè pure il tuo ragazzo deve essere un possessivo mafioso da due soldi che cambia idea sulla vostra relazione a ogni paragrafo?)

“Ohhhhh che bellooooo sei tornataaaaaaa era come se avessi trattenuto il respiro dall’ultima volta che hai aggiornato nn ce la facevo piu hahahahaha cmq……..SIIII CHE BELLOOOOOO SI SN DICHIARATI E POI MI SN SCIOLTA QUANDO JUSTIN HA CANTATO WHAT DO YOU MEANNNN diciamocelo è bellissima questa canzone la amoooooo cmq aggiornaaaa prestissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimismmiooooooo kiss”

E la mia fiducia nel genere umano, così come la mia vodka, si esaurisce. Gaia, me ne serve altra, per favore.

Gaia: – Miao. –

Il capitolo dopo è un agglomerato di fuffa per tutta la prima parte. La prima cosa interessante arriva quando Justin parla di nuovo di sua madre, dopo le insistenze di Hoperiel:

[…]

“Mi ha lasciato” irruppe bruscamente senza distogliere gli occhi dal bicchiere che solo allora notai essere posto sopra il tavolino. “Non sono mai stato il figlio ideale, ero un pessimo figlio ad essere totalmente sinceri. Era già da mesi che mi ripeteva che non ci sarebbe più stata per me se non fossi cambiato ma io non sono uno che cambia alle minacce anzi, era una sfida fra me e lei” prese fiato. “Venni arrestato per una sciocchezza” distolse lo sguardo.

“Che?” dimmi che non hai ammazzato qualcuno.

“Rapina a mano armata” grazie a Dio, pensai.

Okay che non è grave come l’omicidio, ma ringraziare addirittura Dio… fossi in lui/lei mi sentirei un po’ offeso/a.

“Ti servivano dei soldi?” scosse bruscamente la testa come se non volesse passare per un poveraccio ai miei occhi ma evidentemente non sapeva che non me ne poteva fregare di meno dei soldi.
“Facevo parte di un gruppo e ad uno di noi servivano soldi per pagarsi l’affitto, non potevo lasciarlo in mezzo ad una strada” spiegò. “Comunque, mi condannarono a tre anni al tribunale. Mio padre però fece ricorso dal Canada e passai poco più di un anno dentro, un paio di mesi di libertà vigilata e tornai alla mia vita”.

Beh, almeno sappiamo perché si è dato al crimine: a un amico servivano soldi e ha commesso una rapina a mano armata. Assurdo è che un Canadese, senza nemmeno spostarsi negli USA, abbia convinto il sistema penale Statunitense a ridurre la pena e, come verrà detto più avanti, a far passare il periodo di domiciliari che Justin sconterà poco prima di uscire, a Stratford.

Il resto della storia già la conosciamo bene, quindi non vale la pena riassumerla.

“Credevo mi volesse bene anche lei” disse. “Ero il suo unico figlio, mi ha avuto a diciott’anni e per me era tutto, il mio punto di riferimento ma io per lei non ero così indispensabile evidentemente”.

No, come non detto: era il suo unico figlio? E Ryan? Lui che fine ha fatto? Cioè, okay, è scappato, ma dopo l’abbandono del padre e prima che Justin andasse in galera, no? Come può essere l’unico figlio se ha un fratello?

Piton: – Il potere immenso dei buchi di trama supera anche quello del Signore Oscuro. –

Chtulhu: – K’tha luhg n’ktuh’fsaha thak! (E pure il mio, direi!) –

Sarebbe anche interessante sapere che fine ha fatto questo buon amico che rischiava di finire per strada… e a proposito, se il padre era così influente da poter far ricorso dal Canada, non potevano prestare due spiccioli a questo povero ragazzo? Ospitarlo per qualche tempo? Aiutarlo a trovare un lavoro?

Torniamo rapidamente alla fuffa fuffosa che più fuffosa non si può e all’ennesima scena di sesso altrettanto inutile.

Sul serio, ma sarebbe un problema, una volta tanto, dire una cosa tipo “entrammo insieme nel letto non per dormirci, ma per amarci”? Diavolo, era così difficile? Io non ci ho nemmeno pensato su, l’ho scritta di getto! Sarebbe stato un finale molto più elegante per il capitolo, e si capisce lo stesso cos’hanno fatto!

Okay, lasciamo perdere, andiamo avanti… e il capitolo dopo, il ventesimo (sono a due terzi, alèèèè!!) si apre con l’autrice che pretende di dare consigli di lettura alle sue lettrici. Vi basti solo che ha letto l’intera trilogia di “Uno Splendido Disastro” e di “Divergent”, e non dico altro.

Ariel viene svegliata dal cellulare. È Tomas che vuole dare a lei le direttive della missione:

“Ariel, sono io” un brivido mi percorse la schiena quando riconobbi la voce di Tomas e il sonno culminante fino a quel momento sparì restando solo un vago ricordo . L’ultima volta che lo avevo sentito era stato in ospedale, alla notizia del problema in missione di Justin. “Voglio che tu diventa una dei migliori qui dentro e credo che darti le direttive per la prossima missione sia un bel punto di partenza” mi portai con la schiena contro la spalliera coprendomi il seno con il lenzuolo bianco. “Sarà al ballo in maschera del quartiere di Chelsea. E’ uno di quegli stupidi balli da liceali”.

Anche io vi partecipavo, pensai.

“Che dobbiamo fare?”

“Nulla di complesso” alzai gli occhi al cielo. Nemmeno la missione di Los Angeles doveva essere molto complessa eppure Justin era finito in ospedale. “C’è una ragazza, Hillary Power, ha una busta che contiene delle informazioni molto importanti, la porta sempre con se. Mi serve”.

“Lei o la busta?” domandai corrugando la fronte. Speravo tanto non desiderasse che rapissimo quella ragazza, mi sarei rivista troppo in lei ed ero certa che la tentazione di lasciarla andare, di lasciarla vivere, avrebbe vinto.

“Le informazioni” tirai un sospiro di sollievo. “Ad ogni modo, frequenta l’ultimo anno al liceo di Chelsea, parteciperà al ballo in quanto rappresentante del corpo studentesco o qualcosa del genere” fu come se lo avessi avuto davanti e mi immaginai la sua espressione, seria e dura e allo stesso tempo schifata come se tutto ciò gli facesse venire il vomito. “Trovatela, prendete la busta. Portatela in centrale giovedì mattino, non accetto ritardi. Poi sarete liberi fino alla settimana seguente”.

Cioè, una liceale ha una busta con delle informazioni necessarie a un boss mafioso e se la porta pure dietro a un ballo della scuola?

Il resto è pura fuffa, e posso saltarla.

Anche l’inizio del capitolo successivo è fuffa, a parte Ariel che ha paura e afferma di non essere un’assassina come tutti loro. In effetti è vero, non ha ancora ucciso, ma ha sparato al piede di un uomo e lo ha lasciato lì per terra dopo averlo tramortito. Non è omicidio, ma se non ha ricevuto subito l’aiuto necessario potrebbe benissimo aver perso un piede. Sempre che non si sia dissanguato, ovviamente. E ancora, insiste che fa quella vita solo perché non ha scelta.

Justin, vedendola così spaventata, si preoccupa per lei e chiama Tomas.

“Si?” la solita voce, proprio come la ricordavo. “Justin, che c’è?”

“E’ per Ariel”.

“Che succede?” sembrava nervoso ma ogni qualvolta lo chiamassi io lo era. “La vostra missione è mercoledì” aggiunse.

“Si, non si tratta di missioni. Volevo parlarti di lei in quanto suo istruttore”.

“Oh, dimmi” fece una pausa ma riprese subito a parlare. “Ti avevo proposto in passato di lasciarla ad Andrew ed ora ha una nuova recluta, quindi se vuoi dirmi che..”

Ma non si chiamava “Award”? Grande, un’altra che non rilegge… il superpotere di questo Andrew/Award, probabilmente, sarà il cambio di nome a caso. Oppure ha un’identità segreta. Come Batman, che non ha superpoteri ma fa comunque parte della JLA.

Okay, ora mi sento una merda per aver accostato quel gran figo di Batman al personaggio di una ficcyna…

“No” lo interruppi. “Non si tratta di Andrew. Ecco, io volevo parlarti di lei insomma, sei certo di volerla nel clan?” dimmi di no, ti prego.

“Assolutamente” strinsi le labbra in una linea retta.

“Perchè?”

“Che diamine di domanda è? Sono io il capo” lasciai che il fumo uscisse dalle mie labbra. Già, sarà stato anche il capo ma era così poco presente da non poter nemmeno essere considerato tale.

“Lo so ma, tutti si sono accorti che per te non è la solita recluta, l’hai affidata a me, l’hai definita come un tuo gioiellino prezioso. Tomas, che succede?”

Sospirò all’altro capo del telefono.

Volevo sapere la verità.

“Senti, lei m’interessa” serrai la mascella. “Ho grandi progetti per lei”

“Perchè?!” tuonai.

“Justin” strinsi la mano in un pugno serrando gli occhi. “Non ti riguarda”.

La conversazione prosegue, e Justin si lascia quasi scappare quello che è successo tra loro due, ma riesce a riprendersi all’ultimo.

Allora il veto ti preoccupa, eh? Eh, ma non quando devi fare zun zun, in quei momenti vincono i Paesi Bassi.

Comunque, Tomas è fermo su un punto: non vuole dire nulla sul perché Ariel sia così importante.

[…]“Sono questioni private, Justin” affermò. Non mi avrebbe detto niente. Fanculo. “Tutto ciò che riguarda Ariel è Top Secret” aggiunse.

Ho fatto copia–incolla, come per gli altri estratti. “Top Secret” è davvero scritto così. Ha citato il titolo nel testo, e l’ha pure grassettato.

Questo è il classico cliché “non ho voglia di sbattermi a trovare un valido motivo, quindi dico che è un mistero e fine”.

Per il resto, indovinate il capitolo cos’è? Esatto.

È FUFFA!

Oddio, magari la telefonata a Jazmine è passabile: veniamo a sapere che il padre di Justin è stato ricoverato, ma era solo un’intossicazione alimentare. Lui si sente comunque in colpa, perché in quel momento era in ospedale anche lui e non ha potuto chiamare. Per il resto, comunque…

È FUFFA!

Il capitolo dopo scopriamo che a New York è impossibile trovare delle maschere per una festa in pieno Giugno, cosa assurda ma pazienza. Veniamo anche a sapere che Nathan e David non sono rientrati e Ariel è preoccupata, malgrado Justin le assicuri che stanno bene e che sono “in centrale”. Poi che la missione si svolgerà nell’unica scuola di Chelsea, quindi sarà facile da trovare.

Permettetemi di sottolineare di nuovo la pigrizia dell’autrice.

Per curiosità, letto questo pezzo sono andato su Wikipedia e ho cercato il quartiere di Chelsea, New York. In italiano ci sono poche informazioni, ma in inglese ce ne sono più di quanti siano i capelli sulla mia testa, e c’è un intero paragrafo intitolato “Schools”, che vuole letteralmente dire “Scuole”. Tale paragrafo si apre con “There are numerous public schools in Chelsea”.

Chiunque può capire cosa significa questa frase. Severus, tu che giudizio dai all’impegno dell’autrice?

Grazie.

Passiamo oltre.

Fuffa, fuffa e ancora fuffa, i due entrano e, spacciandosi per fratello e sorella, iniziano a raccogliere informazioni. Ancora fuffa.

Trovata Hillary Power, i nostri due (scarsi) eroi la avvicinano, dicendole che li ha mandati Tomas.

“Siamo qui per Tomas, credo tu lo sappia”.

“Si, vi stavo aspettando” annuì. “Sono notti che non dormo per colpa vostra”.

Justin fece un ghigno abbassando lo sguardo sul cemento.

“Hai quello che vogliamo?” chiesi. Lei annuì, abbassò la lampo della felpa nera che indossava sopra una t-shirt con lo slogan della scuola e prese una busta bianca accuratamente piegata al suo interno.

Cioè, pure una liceale conosce questo Tomas? Se è così famoso, perché la polizia non fa nulla per contrastarlo? Ha in pugno l’intero corpo di polizia di New York? Il commissario ha per caso firmato uno di questi fantomatici contratti senza accorgersene?

Comunque, segue uno scambio di battute utile solo a fare irritare Justin, che per buona misura le mostra la pistola infilata nei pantaloni, tanto per far capire chi è che comanda (ma sì, in fondo è una ragazzina del liceo terrorizzata, minacciamola prima che cominci a combattere con un gangster, vai!).

Segue fuffa mentre escono, poi scopriamo una cosa interessante: secondo la “scheda” di Ariel che Justin ha “letto in centrale” (cioè, ma sul serio? Tengono dei file completi sui loro affiliati? Ma che razza di mafiosi sono?) lei ha diciannove anni.

Ci è stato detto più volte che la madre di Ariel è morta quando ne aveva quattordici, ovvero tre anni prima della narrazione. Certo, solo dopo qualche capitolo è stato chiaro, ma comunque in seguito l’autrice l’ha ribadito. E quattordici più tre fa diciassette, secondo il mondo intero.

Allora, perché adesso avrebbe diciannove anni?

Piton: – Shade, non ci badare. È una Hope. Le Hope possono anche variare la propria età. –

Shade: – Giusto. Cretino io a non capirlo. Ecco un altro grande superpotere di cui è dotata! –

Ha ragione Severus, questa Hope è davvero potentissima. Quasi al livello di Kelsey Anne Mary Jones Anderson McAdams di “Danger”, solo che lei era ancora peggiore con gli amici, aveva capacità manipolatorie che scansati Machiavelli e poteva addirittura tirare in ballo dei buchi di trama in proprio favore.

Abbiamo ulteriore fuffa fino all’incontro con un certo Gabriel, che ci informa che Tomas ha deciso di tenere chiusa “la centrale” per il Ringraziamento, perché pare che partirà anche lui, per dove non si sa. Questa cosa pare essere senza precedenti, ma anche la storia che a un mafioso serva una “centrale” e che intenda “chiuderla” per il Ringraziamento è senza precedenti. Non che la partenza di Tomas abbia una qualche rilevanza per la trama, dato che dopo queste righe non verrà più citata.

Poco dopo incontriamo un’altra ragazza che fa parte della banda:

La porta dell’ufficio di Toas si aprì di colpo facendomi sussultare ed entrambi balzammo in piedi. Una ragazza dai capelli corti uscì, si passò una mano sugli occhi lucidi e fece un profondo respiro.

“Daph” sussurrò Justin allungando una mano nella sua direzione ma senza toccarla. La ragazza tirò su col naso ridendo nervosamente.

“Ehi, Justin” la voce era dolce ma allo stesso tempo nervosa, dolorante oserei dire. “Ciao, Ariel” preseguì senza troppe cerimonie fingendo un sorriso. Ma non fu un sorriso falso, solo un sorriso difficile da fare.

“Che è successo?” le chiese Justin ritraendo la mano. Già, perchè piangeva? Speravo almeno che non fosse per Tomas ma se fosse stato proprio per lui, potevo solo chiedermi cosa potesse essere accaduto dentro quell’ufficio.

“Sono fuori” sussurrò.

“Sei fuori, che significa?” chiesi impulsiva.

Mi maledissi per essere stata così diretta e non mi sottrassi dall’occhiata ammotrice di Justin.

Ops.

La ragazza – Daph – si passò le dita fra i capelli chiari, lisci e alzò le spalle.

“Che è tutto finito, per me. Non faccio più parte del clan. Ho fallito” pronunciò le ultime parole con così tanta debolezza che dovetti concentrarmi per capirle.

Che voleva dire che era fuori?

“Mi dispiace, Daph. Sul serio” la voce di Justin era sinceramente dispiaciuta ma io al contrario non riuscivo a dire nulla, dispiaciuta per cosa? Non capivo, accidenti.

“Vedrai che troverai qualcosa”. Daph ridacchiò, ma fu una risata falsa. Tra le più false che avessi mai visto, quasi di consolazione.

“Justin, non essere pietoso con me. So che sta per finire tutto e anche tu, buona fortuna. Ad entrambi” venni presa alla sprovvista quando ci abbracciò all’unisono ma senza stringere troppo forte con le braccia esili dalla pelle bianca come il latte.

Ariel ancora non ha capito cosa sia successo (anche io non ho capito, ma piuttosto perché una sconosciuta mai vista prima abbracci ‘sti due manco fossero vecchi amici. Passi Justin, ma Ariel?), così Justin le spiega che, avendo fallito uno degli “straordinari”, Daph è stata cacciata. Dovrà quindi tornare a Miami, dove inventerà una scusa per la famiglia, e poi qualcuno di loro andrà ad ammazzarla.

Solo per me questa cosa non ha senso? Potrebbero ammazzarla subito (considerato che lei potrebbe, non so, spifferare tutto alla polizia), e fanculo la famiglia!

Inoltre, e questa parte mi dà ulteriormente i brividi, questa qui è consapevole di stare per morire e ne parla con una leggerezza impressionante. E non solo lei, pure Justin. Ariel è l’unica a mostrare un po’ di compassione, una volta capito che cosa le succederà, ma non frega una beata mazza a nessun altro, inclusa Daph.

È possibile che l’abbiano condizionata a tal punto che ormai non le interessi più di vivere o morire? Dio santo, qualcuno fermi questo Tomas! Non è solo un imbecille, è pure un mostro!

Gaia, tu che ne pensi?

Gaia: – Miao! –

Shade: – Ah, sì… dovevo immaginarlo. –

Comunque, una volta davanti a Tomas, che li informa che nella prossima missione dovranno uccidere “uno, due. Forse tre”, Ariel non ce la fa più e gli dà appunto del mostro. Al che Tomas si incazza e le tira uno schiaffo così forte che Ariel comincia a sanguinare, poi le punta la pistola alla testa. Tranquilli, non le spara (cavolo, ci speravo!), ma le intima di non farlo un’altra volta. Il tutto mentre Justin lo supplica di non sparare e nulla più.

Io al suo posto avrei estratto la pistola e lo avrei almeno minacciato. Poi vabe’, mi sarei sputtanato col boss, sarei stato costretto alla fuga con tutti i suoi uomini alle calcagna, ma che diavolo, la trama avrebbe avuto una vera svolta, i due avrebbero finito con l’affrontare Tomas faccia a faccia, magari mettendogli contro i suoi stessi uomini, stanchi dei suoi soprusi, e avrebbero liberato tutti dalla sua tirannia.

Onestamente, come trama non mi sembra nemmeno tanto schifida. Potrebbe essere meglio, ma se non altro avrebbe qualche vero colpo di scena.

Invece no, Justin se ne sta lì a guardare mentre questo finto padrino minaccia la sua ragazza senza muovere un dito. Anzi, dopo se la prende pure con Ariel.

Tomas, fattosi garantire che una simile mancanza di rispetto non si ripeterà mai più, conclude con:

“Io addestro soldati, non ribelli”

E che è, il Centro di Addestramento Imperiale? C’è Palpatine nascosto da qualche parte?

Segue ulteriore fuffa di Justin arrabbiato perché lei non è rimasta in silenzio, e si chiude il capitolo. Coraggio, ne mancano solo nove.

Il successivo si apre così:

Justin mi aveva appena dato uno schiaffo.

E no, non è che prima ho letto male e lo schiaffo gliel’aveva dato Justin: è che lui, a casa, rincara la dose. Giusto, botte su botte, che bravo! Lui sì che è un vero uomo!

Piton: – Per un attimo ho pensato che, una volta tanto, non avremmo visto simili comportamenti da parte del protagonista maschile. –

Shade: – Anche io, Sev. Anche io. –

La scena non si ferma allo schiaffo, comunque:

“Justin” uscì solo un gemito strozzato dal dolore dalle mie labbra. Ma non tanto dal dolore fisico – lo schiaffo di Tomas era stato decisamente più forte – ma da quello psicologico, Justin non si era mai permesso, neanche una volta di mettermi le mani addosso. Mai. E poi diamine, ero la sua ragazza.

“Hai violato il veto” sussurrai.

Justin strinse le labbra in una linea retta, deglutì facendo muovere vistosamente il suo pomo d’Adamo.

“E allora?” sputò fuori acido. “Che vuoi fare? Vuoi correre a prendere il telefono per dirlo a Tomas, mh?” era ancora più arrabbiato.

Mi stupii che il suo volto non fosse diventato rosso, ci mancava davvero un nulla perchè accadesse.

“No” feci un passo in avanti. “No perchè se lo facessi ti ammazzerebbe ed io non..”

“Non che cosa?!” gridò facendomi sussultare. “Non te ne importa niente. Saresti potuta morire dentro quella stanza, se solo avesse voluto ti avrebbe ammazzata!” gridò prendendomi il polso. “Sei solo una stupida ragazzina, ma questo non è un gioco. Qui si muore davvero”.

Gemetti per la forza di quel contatto e quasi non mi accorsi di ciò che accadde dopo.

Avvertii solo la mia schiena premere contro il muro, la mia testa contro il ripiano del tavolo della cucina. Justin mi guardava dall’alto mentre mi teneva fermi i polsi sopra la testa.
“Lasciami, Justin”.

“Perchè dovrei?” alzò un sopracciglio avvicinandosi ancora di più al mio viso ma con tutto, fuorchè con buone intenzioni. “Tanto, che ti ammazzi io o che lo faccia Tomas è lo stesso. Non te ne frega niente di me, di noi”.

Gemetti quando un dolore lancinante mi trafisse lo stomaco. Ricordo solo l’immagine sfocata del suo ginocchio contro il mio corpo, le sue urla, diceva non meritassi di essere stata trattata bene da lui, diceva che meritavo di morire.

Ma avevo troppo male per rispondere.

“Justin!” un urlo maschile. Un urlo che per me voleva dire salvezza.

Con l’arrivo di David e Nathan, la nostra Hope è salva. Spero che voi siate disgustati quanto me da ciò che avete appena letto.

Io non avrei saputo usare parole migliori, Sev.

Comunque, Nathan e David riconducono alla ragione Justin senza neanche sfiorarlo (io al posto loro lo avrei massacrato col batticarne, ma forse mi devo calmare) mentre Ariel si rifugia in camera sua. Tornato in sé, Justin anziché mandare qualcuno dei suoi amici a tastare il terreno per non dire a mediare, e soprattutto senza aspettare un solo secondo, si fionda da lei per scusarsi e implorarla di non lasciarlo perché non può vivere senza di lei, non dopo che così tante altre persone lo hanno lasciato (leggasi: la madre, il fratello Ryan che è stato però ingoiato da un buco di trama già da un pezzo, il padre che tuttavia continua a cercarlo e a volergli bene… a conti fatti, l’ha mollato solo la madre. E magari quell’amico citato solo una volta).

“Ariel?” spalancò gli occhi e portò lo sguardo su di me.

“Non ti avvicinare a me” disse in un sussurro. “Vattene dalla mia camera. Vattene, Justin” avrebbe voltuo gridare ma non ci riuscì, dalle sue labbra uscì solo un urlo soffocato di disperazione. Un grido di aiuto al nulla.

Non cacciarmi, per favore.

“Non voglio farti del male” mi avvicinai a passo lento. “Non di nuovo. Te lo giuro”.

“Pft” alzò gli occhi al cielo. “Non credo ai tuoi giuramenti, mi avevi anche giurato che nessuno mi avrebbe mai fatto del male e guarda” lasciò scendere un’altra lacrima dal suo occhio azzurro. Così bello.”Sei stato proprio tu a farmi del male”.

No, non dirmi così. Mi stai ammazzando.

“No! Insomma, si. D’accordo, è vero, ti ho fatto del male ma ti giuro che non l’ho fatto apposta, non ci stavo con la testa mentre ti ho tirato quello schiaffo, quella ginocchiata e tutto il resto. Non ero io, il Justin che conosci non ti avrebbe mai picchiata, Ariel. Credimi” per un secondo credetti di essermi messo a piangere ma mi assicurai che non fosse così sentendo con i polpastrelli le guancie ancora asciutte.

Non ero io?

No, merdaccia, eri tu! Porca miseria, ancora la scusa dell’altro Justin? Era già vecchia ai tempi di “Danger’s Back”, figuriamoci adesso! E poi, Ariel che fa “pft”? È appena stata menata dal suo ragazzo, dovrebbe urlargli di uscire subito, scaraventargli addosso di tutto, fare l’impossibile per stargli lontana… e se ne esce con un versaccio sarcastico? Diavolo, non si è nemmeno barricata in camera, la porta era aperta!

Ma io boh…

Per fortuna, poco dopo sembra capire come si comportino (più o meno) le persone che sono state appena picchiate ed ecco che gli tira anche lei un ceffone:

La sua mano era a mezz’aria, il suo sguardo incendiato dalla rabbia. Mi aveva dato uno schiaffo.
“Non mi toccare, non ti avvicinare a me. Farò tutto il possibile per starti lontano” mi massaggiai la guancia.

“E come? Abitiamo insieme, te lo ricordi?”

“Si” annuì afferrando in fretta il cellulare ed infilandoselo nella tasca dei pantaloni. “Per questo me ne vado”.

Sbarrai gli occhi.

“Che cos’hai detto?!” gridai. “Che me ne vado” ripetè. “Andrew mi ospiterà e comunque non ti deve più interessare, io e te non abbiamo più niente da dirci”.

“No, non puoi dirmi questo” allora fui certo di non avere le alluccinazioni ed iniziai a piangere. Ariel mi guardò deglutendo, non avevo mai pianto per nessuno e lei lo sapeva.

“Si, posso. L’ho appena fatto” non le ci volle molto per superare le mie lacrime e proseguire. “Non voglio più vederti”.

Già, anche io. Intendiamoci, mi sembra un po’ debole come reazione, però è comprensibile che decida di andarsene. Purtroppo poche donne prendono questa decisione in simili situazioni, e anzi, in molte ficcyne la Hope di turno decide di rimanere per cambiare il suo bedboy con la forza dell’aMMMore. Il tutto fatto passare per una relazione sana e funzionale.

Qui, per fortuna, non accade. Un punto per l’autrice…

… che però le tolgo subito quando leggo il nome di Award/Andrew: Justin ce lo ha presentato come uno stronzo stupratore, l’autrice stessa ce l’ha presentato così, Ariel lo sa bene… e decide di andare da lui?

Ma è scema?

Subito dopo assistiamo a uno dei pensieri più incoerenti che abbia mai avuto davanti agli occhi (e sappiate che mi sono letto i primi due libri di “Bryan di Boscoquieto”. Un’agonia assurda!):

Erano passate due ore da quando l’avevo vista andarsene. L’avevamo vista andarsene. E ancora, nonostante le due ore, mi ero perdonato o me n’ero solo fatta una ragione. Non potevo farmela, non mi sarei mai dato pace. Le avevo messo le mani addosso, avevo violato il veto, avevo violato la sua persona, la persona della mia ragazza. Non mi stupii che non fosse tornata a casa, ma non me ne davo pace.

Non ho capito… nel rigo prima si è perdonato, se n’è fatta una ragione e in quello dopo non può perdonarsi? Io so solo che la vodka non mi basterà fino alla fine…

Ciò che conta è che Justin decide che deve trovare Ariel.

Lei, intanto, è già arrivata da Award (è tornato a chiamarsi Award, anche se un paragrafo prima era Adrew… lo so, lo so…) che si sta dimostrando gentile, malgrado ce ne abbiano tutti parlato malissimo:

“Vuoi dell’altro succo?”

Award si era dimostrato davvero gentile con me. Al contrario, mi sarei aspettata di incontrare una persona subdola o un lurido bastardo – come lo definiva Justin – e invece era venuta fuori una persona adorabile. Mi aveva abbracciata non appena avevo raggiunto la sua piccola casetta a schiera sulla Jonh Phillingan Avenue (strada che non esiste). Mi aveva offerto da bere ed era andato a fare in fretta e furia la spesa, diceva mi avrebbe cucinato un’ottima cena, solo per me.

“No, grazie”.

Non sarebbe partito per il ringraziamento e così si era reso disponibile ad ospitarmi, era da solo in quella casa troppo grande per lui. Ma, non mi sentii di troppo, mi sentii sin dall’inizio una di famiglia e la cosa fu piacevole. Sebrava quasi ci conoscessimo da sempre quand in realtà non sapevamo nulla l’uno dell’altro.

“Credevo avessi una nuova recluta con te” dissi.

Award si versò dell’acqua in un bicchiere e se lo portò distrattamente alle labbra.

“L’ho tenuta con me fino a qualche giorno fa, Tomas mi ha chiamato in centrale lunedì mattino dicendomi che sarebbe passata ad un altro ragazzo. Non so perchè” si strinse nelle spalle. “Io ci stavo bene”.

“Ti piaceva?” Award sorrise.

“No, non era il mio tipo” alzò lo sguardo sul soffitto sorridendo sereno. “Ma mi ci ero affezionato, era la piccola di casa in qualche modo” ridacchiò.

Annuii ricambiando la risata.

“Senti, Award” attirai la sua attenzione. “Non voglio crearti problemi qui, perciò..”

“Ehi, non dirlo nemmeno” mi frenò alzandosi in piedi. “Mi fa piacere avere qualcuno con me, non avevo grandi progetti ad essere sinceri” sorrisi ed abbassai lo sguardo.

Okay, questo Award/Andrew sembra un tipo a posto. Un po’ come Decklon di “Hazard Hall”. Potrebbe essere veramente il Decklon di questa storia… e, di conseguenza, verrà eclissato da Justin malgrado sia una persona decisamente migliore di lui.

Comunque, il capitolo si chiude poco dopo, con un altro po’ di fuffa. Ma prima di andare avanti vediamo cosa ne pensano le lettrici:

“Ammetto che la storia mi piace davvero tanto!

La sto seguendo dall’inizio e aspetto sempre con ansia un tuo aggiornamento. Non ti ho mai lasciato una recensione ma credo sia arrivato il momento.

Inizio dicendo che scrivi molto bene ma questo capitolo potevi scriverlo meglio.

Mi è piaciuto il fatto che Justin non si è controllato perchè sinceramente la storia stava diventando un pò piatta.

Sono contenta che hanno litigato ma sono del parere che potevi fare di meglio. Mi è sembrata molto superficiale la loro discussione e la decisione di Ariel di andare da Award quindi penso che potevi svolgere diversamente entrambe le cose.

Magari mi sbaglio e magari hai già delle idee in testa per non rendere ancora più banale questa tua scelta.

Finisco chiarendo che non ti lascio una recensione critica ma neutra perchè tutto sommato la tua storia mi piace e anche tanto.”

In tutto ci sono altre nove recensioni, ma questa (che ho riportato per intero), è l’unica neutra.

Vi risparmio quelle positive, se volete farvi del male andate a cercarle… io non ho davvero la forza di riportare certi commenti.

Nel capitolo dopo abbiamo Justin che, giustamente, si sente una merda per quello che ha fatto. Meno giustamente gli amici lo trattano con gentilezza manco avesse avuto un banale litigio poi sfociato in rottura con la fidanzata.

“Che vuoi guardare?” Nathan mi aveva affiancato sul divano interrompendo la mia perfetta visuale sulla porta. Prese il telecomando e accese il televisore.

“Decidi tu” non avevo voglia di guardare la televisione. Sentivo ancora il filetto di carne fermo nello stomaco, come se non fossi più nemmeno in grado di digerire.

David finì di lavare i piatti e chiuse il rubinetto dell’acqua, si sistemò sulla poltrona con il cellulare fra le mani e rimase in silenzio.

Mi maledissi mentalmente.

Se avessi lasciato campo libero a David, Ariel si sarebbe messa con lui e sarebbe stata lì al mio fianco, su quel divano quella sera. Perchè piuttosto che non vederla, avrei preferito sopportare di guardarla fra le braccia di un altro, almeno l’avrei vista, contemplata e adorata in silenzio. Almeno avrei vissuto con la consapevolezza di saperla felice.

“Non fanno mai niente” disse innervosito Nathan lasciando cadere il telecomando sul divano e spegnendo lo schermo. “Non ho intenzione di passare la serata così, non ora che siamo in vacanza” aggiunse.

“Che vuoi fare?” domandò David guardandolo.

“Non so, facciamo un giro”.

Cioè, questi qui sono seduti nella stessa stanza con uno che poche ore prima ha menato la sua ragazza arrivando a dire che non importa se ad ammazzarla sarebbe stato lui o Tomas e stanno guardando insieme a lui la TV! E poi propongono di uscire tutti insieme!

Io lo avrei cacciato di casa a pedate nel culo, come minimo!

Severus stavolta non basta, chiediamo il parere di uno specialista in merito al comportamento di questi qui:

Insomma, i tre allegri deficienti decidono di andare per locali tutti assieme. Sì, pure Justin accetta, pensando di potersi tirare un po’ su. Ma vai a cagare.

Anzi, spero che gli venga la dissenteria, altro che la diarrea: appena arrivano nel bar Justin decide di abbordare una tipa a caso, che scopriamo chiamarsi Brooke. E no, non è la stessa Brooke che vi ho citato agli inizi della recensione. L’autrice ha solo usato due volte lo stesso nome.

Ora, piuttosto, facciamo un gioco: indovinate un po’ il suo aspetto fisico.

Avete detto bionda?

Avete detto truccata?

Avete detto con tacchi vertiginosi e abito aderente/succinto?

Bravi. Avete vinto!

Le presi i fianchi e le avvicinai le labbra all’orecchio facendola rabbrividire.

“Ehi” passò l’indice sulla mia spalla e sorrise maliziosa. “Questo non è il posto adatto, seguimi”.

Amavo quando le ragazze capivano al volo ciò che volevo. Stavo tornando alla mia vecchia vita, alle mie vecchie abitudini, a tutto quello che ero prima che Ariel arrivasse.

Mi prese la mano portandomi fuori dal bar, percorse in fretta il marciapiede ed aprì la portiera di un’auto parcheggiata in un angolo, più in disparte rispetto alla altre e decisamente nel posto più scuro possibile. Mi fece entrare e sorrise.

Sesso in auto, sarebbe potuto essere interessante. Pensai. Le presi i fianchi portandola sotto di me, non avevo voglia di troppe cerimonie, mi sarei sentito impegnato altrimenti, e non lo ero. Di sicuro non con lei.

Cioè, questo qui un minuto fa frignava che rivoleva Ariel, le spergiurava il suo amore implorando perdono e ora va a scoparsi una sconosciuta in un parcheggio?

Boia, che bell’eroe!

Vi risparmio la scena di sesso, è fuffosa, inutile e peraltro ridicola. Per dire, mentre lei lo spompina pensa bene di chiedere a Justin quanti anni ha! Ma che ti frega, scusa?

Comunque, per il gaudio delle lettrici (e il mio senso di nausea), proprio mentre sta per arrivare all’orgasmo Brooke impone a Justin di dire il suo nome e lui, invece, dice quello di Ariel.

Romantico, eh?

Passiamo quindi al POV della nostra Hoperiel, che guarda la televisione con Award/Andrew e chiacchiera con lui manco fossero vecchi amici della scuola. Non mancano uscite degne da Maschio Beta in calore che ragiona con l’uccello:

“Sai, Ariel” Award attirò la mia attenzione. “Mi fa piacere ospitarti, non credevo avresti cercato me”.

“Perchè non avrei dovuto?”

“Beh, non lo so” ridacchiò. “Ma non mi aspettavo di certo che chiedessi ospitalità ad un ragazzo del clan” spiegò.

“Beh, vedi, non conosco nessun’altro qui a New York, trovare ospitalità non sarebbe stato semplice” lui annuì.

“Si, capisco. Le persone qui non sono molto cortesi, ti avrebbero potuta scambiare per una prostituta” ridacchiò.

“Ehi!” esclamai colpedolo ad una spalla. “Cosa vorresti insinuare?”

“Nulla” alzò le mani in segno di resa trattenendo un’altra focosa risata. “Ma avresti tutte le carte in regola per esserlo. Certo, non vestita così” concluse indicandomi.

Già, in effetti una maglietta lunga fino al ginocchio perchè troppo lunga da lui prestatami e dei leggings non erano di certo l’abbigliamento appropriato.

“Posso leggere i tuoi pensieri perversi, Award. Sta attento” scoppiò a ridere e si coprì la faccia rossa con le mani.

“Sei decisamente sexy, lo ammetto” tornò a guardarmi accarezzandomi la gamba. “Ma non mi approfitterei mai di te, almeno non così”.

Alzai un sopracciglio.

“Perchè non ho una minigonna addosso?”

“No” negò con la testa sorridendo. “Perchè non sono quel tipo di ragazzo. Ti è andata piuttosto bene comunque”.

“In che senso?”

“Non so quanti altri ragazzi a quest’ora sarebbero seduti qui a parlare con te. Probabilmente tutti quelli che conosco nel clan ti avrebbero già sbattuta nel loro letto” affermò stringendosi nelle spalle.

“Dio, sono delle persone così orribili?” quindi, non erano solo assassini ma anche maiali, pensai.

Award ridacchiò inumidendosi con la lingua le labbra secche.

“E’ solo istinto maschile” disse.

Istinto maschile i miei cosiddetti. Io sono un uomo, in vita mia ho ospitato donne in casa senza che fossero mie parenti, anche per la notte se necessario, e una volta mi capitò pure di incrociare un’infermiera in evidente stato di fragilità che avrebbe voluto scoparsi il primo sconosciuto di turno solo perché era depressa (lo so, squallido). Lo ammetto, qualche fantasia ogni tanto me la sono fatta come chiunque, ma da qui a prendere una ragazza che ha chiesto aiuto, sbatterla sul mio letto e scoparmela tutta la notte di strada ce n’è! Persino l’infermiera l’ho semplicemente rimessa in macchina e mandata a casa dopo averci parlato un paio d’ore!

Comunque Award/Andrew si riconferma, malgrado le premesse dell’autrice (che, ribadisco, ce lo aveva presentato come il peggiore di tutti) come il miglior personaggio maschile della storia, e le dà la buonanotte con un semplice bacio sulla testa. Ariel quindi va a dormire, provata dagli eventi di quel giorno, e piange nel cuscino pensando a Justin, che secondo me non merita le sue lacrime.

All’una di notte, quando finalmente è riuscita ad addormentarsi, viene svegliata da dei colpi alla finestra: è Justin che è corso finalmente a cercarla.

Io avrei aspettato almeno il giorno dopo, ma non ragiono secondo i canoni delle ficcyne… e se è per questo, nemmeno picchio le donne.

Segue scena da filmetto romantico:

“Che ci fai tu qui?” balbettai con un filo di voce. Se ne stava sul marciapiede che affiancava il palazzo, le braccia lungo i fianchi, era a piedi, non lo circondava nessuna macchina. I pantaloni abbassati, una canotta che si poteva intravedere dal di sotto della felpa più corta. Era lui, non era un’allucinazione.

Solo io me lo sto immaginando coi “pantaloni abbassati” perché è uscito di corsa dalla macchina dopo il pompino e si è fatto tutta la strada a piedi in quelle condizioni? Il solo pensiero, onestamente, è esilarante!

Gaia: – Miao! –

Okay, Gaia concorda. Andiamo avanti:

“Sono venuto a riprenderti e non me ne andrò senza di te”.

“E’ tutto sbagliato”.

“Lo so”

“Se lo sai allora vattene. Che ci fai qui?”

“E me lo chiedi?” sorrise e giuro di aver scorto una lacrima rigargli il viso. Ma sembrava una lacrima di felicità quella volta, una lacrima per la felicità di vedermi.

“Ti prego, non renderlo più difficile”. Fa già male così, non ammazzarmi del tutto.

“Ariel” la sua voce mi riportò alla realtà un’altra volta.

“No, no, Justin. Vattene” mi passai le mani sugli occhi reprimendo un pianto agonizzante.

“Me ne andrò solo dopo che mi avrai ascoltato. Ti prego, devi ascoltarmi” sospirai ed alzai lo sguardo, mi guardava implorandomi di sentire ciò che aveva da dirmi.

“Sbrigati”. Non farmi soffrire ancora.

“E’ da questo pomeriggio che non ti vedo, che non ti sento parlare, che non ti posso guardare e dirti quanto ti trovi stupenda. Sono dieci cazzo di ore che non ti bacio, che non ti abbraccio e mi sento una merda. Sono distrutto, Ariel. Sono stato un idiota, non ragionavo quando ti ho colpita ma la verità è che ho avuto paura, paura di perderti. Credevo ti avrebbe ammazzata e se solo avesse premuto quel grilletto tu saresti morta ed io non ce l’avrei fatta, capisci? Perchè non posso nemmeno pensare ad un giorno senza di te e tu rischiavi di morire, e io lì ero impotente anche se avrei voluto gridargli di levarti le mani di dosso, gridargli che eri la mia ragazza ma non potevo. Non potevo perchè mi avrebbe ammazzato e avrei passato l’eternità senza di te. Non sai quanto io mi senta stupido in questo momento, ad elemosinare sotto un terrazzo il tuo perdono, a chiederti anche in ginocchio se necessario di perdonarmi. Perchè cazzo, ti amo. Ti amo da fare schifo. Ho bisogno di te, ho bisogno che torni da me, non ce la faccio. Voglio baciarti all’infinito, stringerti fra le mie braccia come se non ci fosse un domani. Fare l’amore con te tutte le notti, portarti a Stratford dalla mia famiglia e dir loro che sei quella giusta. Che sei quella che voglio sposare, che sei quella che voglio amare per tutta la vita. Ti prego, credimi. Ti amo”.

E sticazzi?

Sul serio, Justin, cosa vuol dire tutto questo? Hai avuto paura di perderla, e allora? Io quando ho avuto paura di perdere la mia ragazza ho gridato, ho smesso di mangiare, ho persino pianto un po’, non mi vergogno a dirlo… ma mica sono andato lì e l’ho presa a mazzate!

Inoltre tutto questo discorso non significa certo che sei cambiato: appena sentirai di stare per perderla un’altra volta saremo d’accapo, e sai come lo so? Lo so perché un milione di uomini, prima di te, ha detto esattamente le stesse cose, promettendo di non farlo mai più per poi ricascarci alla prima occasione. Per dimostrare di essere cambiato dovresti seguire un percorso al fianco di un professionista del settore, per non dire ripulirti la fedina penale, che sarebbe il minimo!

Tuttavia, quella cretina di Ariel rimane ammaliata dalle sue parole (se non fosse una Hope penserei che Justin stia usando la sua telepatia per condizionarla mentalmente) e rimane ferma a guardarlo mentre si arrampica su un albero (apparso magicamente sulla scena) per raggiungere la sua finestra e spergiurare amore l’ennesima volta.

Poi le dice anche che cosa è successo con la ragazza dell’auto, del pompino e di lui che ha gridato il suo nome. Qualsiasi ragazza si sentirebbe lusingata sentendo questo, immagino, e non vedrebbe l’ora di tornare dal fidanzato puttaniere e abusi… ah, no, scusate… per un secondo ho provato a ragionare come i personaggi di questa merdata.

Tuttavia, con un colpo di scena che mi ha LETTERALMENTE dato la nausea fin quasi a farmi rimettere la cena, ecco comparire all’improvviso Award/Andrew che se ne esce così:

“Ariel” la voce di Award alle mie spalle mi fece sussultare. Mi voltai lentamente, se ne stava sulla soglia della porta e ci guardava, serio e in silenzio. Credevo lo avrebbe cacciato invece lo guardò per pochi secondi tranquillamente prima di tornare a guardare me. “Perdonalo”.

“Come?”

Award annuì facendo un passo all’indietro.

“Perdonalo, ti ama davvero” e se ne andò chiudendo la porta della camera.

Chiusi gli occhi reprimendo le lacrime tornai a guardare Justin. Mi guardava serio, gli occhi colmi di lacrime e dolore, mi si avvicinò a dischiuse le labbra ma le richiuse subito, senza dire nulla.

COSACOSACOSACOSA???

Non è possibile! Pure Andrew/Award, il nostro Decklon, cede alla follia di Hope e Justin! Sta davvero incoraggiandola a tornare dall’uomo che l’ha picchiata, perché lui “la ama davvero”! E la dimostrazione è che si è fatto fare un pompino da un’altra mentre pensava a lei!

Neanche le mamme pancine ragionano così! È allucinante!

E non è finita qua: siccome Ariel si sente in debito nei confronti di Andrew/Award, che l’ha ospitata e che per il Ringraziamento sarebbe stato da solo ora che non ha più “la sua recluta”, vuole rimanere con lui un altro po’. Justin non vuole lasciarla e così come la risolviamo?

“E allora resta” ci voltammo di scatto non appena la nostra attenzione venne catturata dalla voce calda di Award. “Puoi fermarti anche tu per questa notte” disse.

“Award, noi..”

“Ehi” mi freno accarezzandomi la spalla con le dita lunghe e affusolate della mano destra. “Non devi preoccuparti per me, è da anni che vivo da solo e credimi, ci ho fatto l’abitudine”.

“Non posso non pensare che passerai il ringraziamento da solo” lui sorrise.

“Non sarò solo, inviterò qui per cena un altro paio di ragazzi” si strinse nelle spalle. “Certo, non sarà come passarlo con i miei genitori ma loro non ci sono da un sacco di tempo. Non sarà un sabato sera da solo a rovinarmi la vita”. Sembrava davvero felice eppure c’era qualcosa dentro di me che mi diceva di non credergli.

Forse era solo l’idea di essere felici anche se da soli ad essermi troppo estranea.

Giusto, è impossibile stare da soli… per questo le ragazze hanno tutte bisogno di un fidanzato, come ci insegna la saga di Twilight.

“Grazie, Award” Justin lo prese con forza stringendolo in un abbraccio. “Per tutto quello che hai fatto per lei. Se non l’avessi ospitata avrebbe passato la notte dietro una strada”. Award sorrise stringendolo a se ed interrompendo l’abbraccio solo una decina di secondi dopo.

“Allora, ti fermi qui a dormire?”

Justin mi guardò prima di sospirare, allungò una mano nella mia direzione accarezzandomi la guancia e sorrise.

“Si” annuì.

Award sembrò felice della risposta, infatti lo abbracciò di nuovo e solo dopo essersi fermato per una decina di minuti a parlare se ne andò dalla camera.

Insomma, per riassumere Justin con un discorso degno di Moccia riesce a riconquistare la sua Hope, anche grazie all’intervento di un tizio che fino a pochi capitoli prima detestava apertamente, poi si ferma a dormire in casa di questo qui con la sua ragazza, reduce da un pestaggio che lui stesso ha perpetrato. E il tizio che li ospita li lascia pure da soli.

Ma siamo matti?

Piton: – Tu li stai giudicando secondo i canoni della società moderna, Shade. Devi tuttavia renderti conto che qui siamo nell’universo delle Hope, dove tutto ruota intorno alla storia d’amore tra loro e il bedboy, storia d’amore che prevale su tutto, logica compresa. –

Shade: – Potrei vomitare… –

Piton: – Che fai, mi rubi pure le battute? –

Saltiamo il fuffoso finale del capitolo, tanto non è interessante, e procediamo. Nello spazio autrice la suddetta dice di avere “adorato il capitolo” perché lei è “troppo romantica”. Dove sta il romanticismo, qui, lo sa solo lei…

Anche le recensioni mi danno la nausea:

“Parlando della prima parte: Justin è tenero..tenero, troppo! Spera che Ariel entra da quella fottuta porta e che lo perdona, awa (troppo bello per essere vero anyway).


Oh, ho appena detto che nella prima parte è tenero? Mi sono sbagliata, è un grandissimo stronzo.

Ma poi, STU-PEN-DO.

“Ariel” gemetti venendo.

Lei si spostò di colpo. Stozzai un gemito di dolore quando mi colpì per tirarsi su con il tacco della scarpa.

“Chi?!” gridò facendo incontrare fra di loro le sopracciglia.

Rido fino alla morte. HAHAHAHA.

Award togli le mani dal ginocchio di Ariel che se lo sa Justin ti ammazza, lalalalaa.
ODDIO, JUSTIN CHE VA DA ARIEL…ODDIO, BRAVO JUSTIN BRAVO!!! La cosa più dolce.

Sto piangendo insieme ad Ariel e Justin, la mia ship.

SONO COSì DOLCI, aiut.”

Okay, vado a suicidarmi.

Chtulhu: – Nkh’t! Fhny thuk nh’a y’rthly! (Fermo! Abbiamo bisogno di te per la recensione!) –

Va bene, se pure il Grande Antico dice che hanno bisogno di me aspetterò. Tanto ormai mancano sette capitoli, il traguardo è vicino…

Nel ventiseiesimo Hoperiel e Justin stanno partendo per Stratford, e nessuno accenna più manco per sbaglio agli eventi di cui vi ho appena parlato, come se non fossero mai accaduti. Ariel, infatti, è più che altro nervosa all’idea di conoscere a breve la famiglia di Justin, quindi il resto non conta niente.

Mentre stanno partendo, Justin afferma che non potranno fermarsi negli Hotel e dovranno dormire nel retro dell’auto… un momento, che cosa?

Cioè, per fare la strada da Midland, Texas, fino a New York sono bastate poche ore e per andare da New York a Stratford devono addirittura dormire in macchina?

DA NEW YORK A STRATFORD CI VOGLIONO OTTO ORE! OTTO ORE! Un’inezia, se paragonate alle ventotto per il percorso fatto all’inizio della storia!

Santo cielo, Google Maps è così facile da usare, è pratico, chiaro… sfruttatelo, per amor di Ermes!

Segue fuffa, poi arrivano a parlare di andarsene da New York, e Justin dice ad Ariel che la porterà via con sé. Tuttavia non può prometterlo, perché:

“Non posso prometterti niente. Ritengo le persone che promettono altamente bugiarde. Voglio dire, come puoi avere la certezza di riuscire veramente a concludere qualcosa?”

Sarà anche vero che in tanti non mantengono le promesse, caro Justin, ma se non ne fai mai non sei migliore di loro, sei solo uno che non si impegna nemmeno nelle cose per cui vale la pena fare un minimo di sforzo. Sul serio, come fa a piacere questo personaggio?

Oddio, in realtà una promessa l’ha fatta, a quanto ci dice: ha promesso un giorno di ammazzare Tomas:

“[…]Mi ha tolto troppo. Mi ha portato lontano dalla mia famiglia, mi ha costretto ad ammazzare così tante persone, mi ha semplicemente segnato la vita” lasciò che il mozzicone si sigaretta volasse via dalla sua mano e si depositasse in mezzo alla strada mentre la nostra macchina sfrecciava via. “Mi ha dato tanto, è vero. Mi ha portato via dalla strada ma mi ha fatto diventare tutto ciò che non avrei mai voluto essere” concluse.

Ma non era scappato lui dalla sua famiglia perché non si sentiva accettato, finendo così tra le grinfie di Tomas? Sarà un bastardo e quello che ti pare, ma nessuno obbligava Justin a seguirlo, poteva benissimo andare da suo padre.

Dopodiché scopro che le nozioni geografiche dell’autrice sono totalmente, irrimediabilmente SPUTTANATE. O questo o la storia è ambientata su un altro pianeta e io non l’ho capito:

Esattamente tre ore dopo raggiungemmo il confine fra l’ Ohio e l’Indiana, mi chiesi se non avessi sbagiato strada, ci ritrovammo a viaggiare nel buio della notte in una stradina di sassi, in mezzo al nulla. Incontrammo solo un distributore dove Justin si fermò per fare benzina, un Take-away dove comprammo due panini e un giornalaio. Non eravamo decisamente più a New York.

“Passeremo per il Michigan, per il Wisconsin e domani mattina arriveremo in Minnesota. Riposati”.

Seriamente, qualcuno mi spiega quale cavolo di strada parta da New York, passi per L’Ohio e l’Indiana, vada poi in Michigan, attraversi il Wisconsin e infine il Minnesota per arrivare a Stratford, in Ontario? Cioè, l’Ohio non confina con lo stato di New York! Ha pure saltato la Pennsylvania! E più avanti diranno che passeranno il confine in Montana! Il Montana confina con il Saskatchewan e l’Alberta, per un pelo persino con la Columbia Britannica, ma NON con l’Ontario, dove poi si trova Stratford! Che razza di giro sta facendo Justin?

Ecco qui! Ho solo inserito la partenza, la destinazione ed ecco venir fuori il percorso! Otto ore e ventisei minuti! Senza fare tutto quel giro alla cazzo!

Questo è il percorso che avrebbe probabilmente seguito Justin! Per arrivare lì sì, in auto ci vogliono almeno trentaquattro ore, secondo Maps, ma NON È QUELLA la destinazione! Stratford è lì dove ho messo la freccia! Non ha il minimo…

Piton: – Va bene, sta definitivamente esplodendo. Chtulhu, tu tienilo fermo, per favore, io gli rovescio l’intera riserva di Distillato della Pace giù per la gola. –

Shade: (mentre Chtulhu lo abbarbica coi tentacoli e Piton lo forza a bere tutta la pozione) – No… aspettate… fer… blub… –

Gaia: – Miao! –

Dopo essermi ripreso dalla forzata ingestione di un ettolitro di Distillato della Pace, vi annuncio che il capitolo contiene solo ed esclusivamente FUFFA, a eccezione di Justin che, a un certo punto, fa un’ammissione sconvolgente:

“Come può fare caldo se è più a Nord?” domandai.

“Non ne ho idea, sono una frana in geografia […]

E grazie, questo s’era capito!

La prima parte del capitolo successivo è di nuovo fuffa, quindi andiamo direttamente al momento dell’arrivo della coppietta a casa Bieber.

“Justin!” era la voce della telefonata. Doveva essere Jazmine.

“Ehi, sorellina!” si, era lei.

Jazmine si catapultò fra le braccia di Justin il quale la strinse in un abbraccio baciandole la fronte, si distaccarono solo qualche secondo dopo e fu allora che i suoi occhi verdi incontrarono i miei.

“Ciao, sono Jazmine” mi porse la mano sorridendo. “Sono davvero felice di conoscerti”.

“Piacere mio” gliela strinsi ricambiando il sorriso. “Ariel”.

“Non restiamo qui, entrate” ci fece spazio sulla soglia della porta.

[…]

Il mio sguardo ricadde sul ragazzo che mi piombò davanti.

[…]

“Ciao, sono Jaxon. Benvenuta” mi strinse la mano prima di baciarmi le guance. Arrossii.

“Grazie. Sono Ariel, piacere” la voce mi si fermava in gola, non sarei riuscita a dire una parola di più. Jaxon parve però non pretendere oltre e mi superò, strinse in una calorosa stretta Justin il quale gli diede varie pacche sulle spalle. Stavo per commuovermi, potevo solo immaginare la loro gioia. Io invece non avrei più rivisto Shila.

Shade: – Come se un pensiero di sfuggita facesse differenza… –

Chtulhu: – Lah’k thuk y’lkhut’rung! (Non vedo l’ora di saziarmi con la sua carne…) –

“Figliolo” una voce calda e maschile provenì dalle scale sul fondo della stanza. Un uomo dalla camicia color porpora e i pantaloni neri si avvicinò sorridendoci. Aveva i capelli perfettamente rasati come se fosse appena uscito dal barbiere, gli occhi erano piccoli e neri. Spostò delicatamente Jaxon e abbracciò Justin.

“Papà” sentii la voce di Justin strozzarsi.

“Bentornato a casa” rispose lui. Si distaccò dall’abbraccio ed abbassò lo sguardo su di me. Deglutii, era il padre di Justin. “Tu devi essere Ariel, giusto?” chiese tranquillamente.

“Si, sono io” allungai la mano stringendo la sua grande e calda. Non nascondo fosse identica a quella di Justin.

“Sono Jeremy, il padre di Justin” mi sorrise baciandomi le guance e stringendomi la mano. Sembrava che il nostro incontro a primo impatto fosse stato piacevole.

“Dov’è mamma?” chiese Jazmine affiancandomi.

“Sta arrivando, stava sistemando le lenzuola della camera di Justin” rispose l’uomo.

E così fu. Non tardò affatto ad arrivare dalle scale una donna davvero ben vestita.

[…]

“Oh mio Dio, Justin!” esclamò affrettando il passo. Prese Justin fra le braccia e lo strinse tanto forte che Jaxon dietro di me ridacchiò. “Non vedevo l’ora di rivederti, è passato così tanto tempo” sorrise. Justin la baciò una guancia prima che gli occhi leggermente truccati della donna si posassero su di me.

Okay, questa è la famiglia con cui Justin non si sentiva bene accetto al punto da lasciare il Canada e tornare a New York, dove ha cominciato a fare il mafioso? L’avessi io una famiglia così! Non che la mia sia da buttare, ma che diavolo… questi sono più uniti persino dei miei parenti! E noi ci vogliamo bene!

L’allegra famigliola si siede a tavola per mangiare, e Jazmine se ne esce dicendo che ci sarà una festa quella sera, a casa “del ragazzo più ricco del liceo”.

Tuttavia, il signor Bieber sembra un padre infinitamente migliore di Ben Wilson (e questo già l’avevo intuito) e vieta alla figlia di andarci. Non perché minorenne, perché le feste si passano in famiglia eccetera, ma perché Justin e Ariel sono stanchi dopo il lungo viaggio.

Io proibirei l’uscita a mia figlia per tutta una serie di motivi molto più importanti di questo, ma vabe’, almeno gliel’ha vietato. Mi accontento, più o meno. Certo, se ci andasse in compagnia di qualcuno, soprattutto il fratello maggiore, non avrei problemi. Ma porca miseria, specificare!

Porterei anche l’attenzione su un’altra cosa, già accennata prima da fanwriter91: quando il padre di Justin ha divorziato da sua madre, lui aveva quindici anni. Se ora ne ha ventuno ne sono passati sei, e ci è stato detto che, dopo il divorzio, ha incontrato la seconda moglie, si è sposato e ha avuto dei figli.

Jazmine va al liceo a cinque-sei anni? La miseria, una bambina prodigio! Ha saltato le classi! Sheldon Cooper chi?

La cena se ne va via con altra fuffa, poi Justin e Ariel vanno in camera di lui per sistemarsi (io l’avrei fatto appena arrivato, così da non avere bagagli tra i piedi, ma pazienza) e lì a Justin prende una colica di nostalgia che lo fa persino piangere fino ad ammettere di voler tornare a vivere lì.

A parte che non ci ha mai vissuto (tranne che durante quegli assurdi arresti domiciliari), ma poi scusa, chi glielo impediva, prima? Perché, se voleva tornare, è andato a New York?

Segue nuova fuffa familiare, che culmina quando arriviamo a questo dialogo:

“Vorresti vivere in un posto come questo?”

“Certo” annuii sedendomi sul letto. “Voglio una casa come questa, di certo non un appartamento a New York”.

“Ehi, il nostro appartamento non ha niente che non va” osservò lui affiancandomi e lasciando penzolare la mani sopra le ginocchia.

“Lo so solo, è troppo piccolo”.

“Piccolo?” alzò un sopracciglio lui. “I ragazzi se ne andranno presto, Nathan ha intenzione di chiedere a Tomas di affittargli un appartamento tutto suo entro due o tre anni e probabilmente David andrà con lui. Rimarremmo solo io e te, non è piccolo”.

“Non intendevo ora” ridacchiai. “Voglio dire, tra un po’ di tempo lo sarà” vidi il suo pomo d’Adamo muoversi agitato.

“Che intendi dire?”

“Oh, insomma.. resteremo per sempre noi due?” il suo sguardo era confuso. Possibile che non capisse? “Non avremmo mai una famiglia? Chi ti dice che tra cinque anni non ci ritroveremo con due bambini in giro per casa”.

Il suo volto impallidì.

“Vuoi avere un bambino, con me?” arrossii.

Non mi ero accorta di aver detto ciò. Ops.

Okay, parliamo di bambini mentre stiamo stesi sul letto.

Piton: – Questo mi ricorda, nuovamente, una scena di “Danger’s Back”. –

Shade: – Sì, anche a me, Sev. Ormai è chiaro che l’autrice si è letta tutta la trilogia, o almeno i primi due capitoli, non c’è niente da fare. –

Insomma, i due capiscono che vogliono crearsi una famiglia insieme e continuano a parlarne finché… non fanno sesso. Sì, con la famiglia di Justin tutta riunita al piano di sotto, che però non si accorge di niente!

Sul serio, quante volte è successo fino ad ora? La prima volta a New York, poi una volta in ospedale, un’altra volta in albergo e infine qui. Siamo a quattro. Fortunatamente hanno usato un preservativo, evitando gravidanze.

Piton: – E te ne lamenti? –

Shade: – Beh, no, ma è strano per questo tipo di fic, non ti pare? Gaia, il tuo parere femminile? –

Gaia: – Miao! –

Passiamo quindi al capitolo ventotto, e questa è la prima frase:

Era il cinque luglio, era appena passato il giorno del ringraziamento.

E l’effetto del Distillato della Pace si esaurisce di botto e mi ritrovo a prendere a craniate tutte le pareti di casa fino a svenire.

Quando mi riprendo grido:

IL QUATTRO LUGLIO È IL GIORNO DELL’INDIPENDENZA, STRACAZZO!

Se non altro, ora mi spiego come mai tutto questo casino con le date: l’autrice intendeva che Justin sarebbe andato dalla famiglia per il Giorno dell’Indipendenza, ma ha fatto confusione e ha scritto “Ringraziamento”, e ne era così convinta da far loro mangiare pure il tacchino al forno. C’è tuttavia un altro, minuscolo dettaglio che, onestamente, mi fa un po’ alterare:

L’INDIPENDENZA I CANADESI NON LA FESTEGGIANO IL QUATTRO LUGLIO, LA FESTEGGIANO IL PRIMO!

Ad ogni modo, questo è un ennesimo sogno/flashback di Ariel che sogna/ricorda il giorno della morte della madre. Passato questo trovo un oceano di fuffa a cullarmi, e le mie speranze di poter saltare il resto del capitolo si accendono finché all’improvviso Jazmine, che ha portato Ariel in camera sua per parlare un po’ tra ragazze, non se ne esce così:

“Ti chiedo solo una cosa” accennò ad un sorriso guardandomi. “Non farlo soffrire. Almeno tu non spezzargli il cuore”.

Eh no, dai! Pure questo no!

Ci hanno ripetuto per tutta la fic che lui è sempre stato senza cuore, non ha mai amato nessuna e adesso viene fuori che è stato tradito anche da quella che credeva la donna della sua vita? Così, a caso, senza che ci sia mai stato un minimo accenno prima? Ma daaaaai!

Comunque, non ci viene detto altro, né l’argomento verrà MAI PIÙ ripreso, perché Justin arriva e interrompe casualmente la conversazione, poi arrivano i nonni di Justin e tutta la famiglia pranza per il Ringraziamento/l’Indipendenza/Pasqua/Hannukkah/quel cavolo che vi pare, tanto nessuna di queste risposte è quella giusta.

Poi la nonna di Justin chiede ad Ariel della sua famiglia e lei, tanto per tenere alto il morale, chiude il capitolo con un bel “i miei genitori sono morti”.

EVVIVA LE FESTE!

Il capitolo dopo, infatti, inizia con una bella atmosfera tesa e pesante, proprio grazie alla geniale uscita di Ariel che, invece di dire una balla qualsiasi o di svicolare, ha pensato bene di raggelare gli animi con la verità nuda e cruda. Poi però ammette di aver “superato da tempo” la morte dei genitori.

La madre okay, lo capisco, ma il padre è morto da tipo un mese, per di più ammazzato, porca Era! Alla faccia dell’attaccamento alla famiglia!

Tutto questo viene rapidamente liquidato con un argomento molto più importante: chi ha fatto il primo passo tra lei e Justin?

A me personalmente non frega niente, quindi nemmeno proverò a ricordarmi chi è stato tra loro e se è vero che è stato Justin (come ammette lui stesso), così come non mi interessa il mare di fuffa subito dopo.

Il punto è che i due vanno a fare un giro in macchina dopo aver pranzato e poi decidono di fare una sveltina nell’auto, portando il conteggio a cinque volte. Dico bene? Ragazzi, chi tiene i punti?

Piton: – Io no. –

Chtulhu: – Plk’thy nah’k? (Dovevo farlo io?) –

Gaia: Miao? –

Okay, io me lo ricordo, siamo a cinque. Per il futuro, però, impegnatevi.

Questa sveltina, in ogni caso, è speciale. Sapete perché?

Perché stavolta Justin si preoccupa di non avere usato i preservativi!

Occhio, stavolta il rischio c’è eccome!

Comunque, Ariel lo rassicura: per una volta non succede nulla, e comunque anche se non prende la pillola mentre era da Award/Andrew si è fatta dare una scatola in farmacia usando una ricetta medica che aveva quando viveva a Midland.

Scusate, ma… è stata rapita di notte, durante una festa. Di certo non ha fatto i bagagli. Si portava dietro la ricetta ovunque, pure alle feste? Cos’è, aveva paura di perderla?

Andando avanti, c’è una discussione su come lei sia cambiata e sia diventata “un mostro” ora che fa parte dell’organizzazione di Tomas (quando Justin la chiama così si becca pure un ceffone) e tutto si conclude con “non ho scelto di essere un’assassina, quindi non farmene una colpa”.

Considerando che di occasioni per scappare ne ha avute una marea e continua ad averne (ho solo smesso di sottolinearle, tanto, ormai…), direi che ha scelto eccome. Ma è inutile discutere con le Hope, vincono a prescindere.

La discussione poi riprende, stavolta incentrata sulla “kattiveria” di Justin e di come non sarà mai un bravo ragazzo. La nostra Hoperiel, però, se ne frega, gridando a gran voce che lei lo ama:

“Ti ho mai detto di volere un bravo ragazzo?”

“No”.

“Ti ho mai detto di volere il figlio o il fratello perfetto?”

“No ma credevo fosse ovvio. Chi non lo vuole?”

“Io, Justin!” quasi gli gridai in faccia facendo voltare tutti i presenti. Un lacrima mi solcò nuovamente la guancia. “Non me ne può fregare di meno di avere come ragazzo il figlio perfetto o il fratello maggiore dal quale prendere esempio e se tu mi giuri che resterai sempre così con me allora puoi anche diventare l’assissino più crudele di tutta New York o il miglior uomo di Tomas ma non me ne fregherà assolutamente niente” gridai a perdifiato e non me ne fregava niente se gli occhi di persone estranee erano fissi su di me. “Quando ci siamo conosciuti non mi sono innamorata del bravo ragazzo, non sapevo nemmeno avessi una famiglia, per quel che mi riguarda potevi averla anche uccisa ma mi sono comunque innamorata di te, o te ne sei forse scordato?!”

Cioè, fammi capire… c’è altra gente lì intorno e lei grida che può anche diventare “l’assassino più crudele di New York” come se nulla fosse?

“Sei un assassino, Justin” sussurrai abbassando lo sguardo sino alla punta delle scarpe. “Ma è per questo che mi sono innamorata di te”.

Certo, chi non si innamorerebbe di un assassino? Caspita, ibristofilia proprio come in “Danger”!

Gaia, altra vodka, ti prego.

Gaia: – Miao. –

Poco dopo il capitolo finisce, insieme al mio desiderio di vivere.

Tuttavia ci sono ancora, anzi, SOLO tre capitoli, poi sarà finita. Questo pensiero mi risolleva.

Il trentesimo è molto corto, tanto che l’autrice si scusa perché secondo lei non è dei migliori. Non che i precedenti fossero dei capolavori, eh…

Comunque, il capitolo si apre coi saluti alla famiglia Bieber e, dopo un timeskip così mal gestito che ho dovuto rileggere diverse volte per afferrarlo, ci ritroviamo a New York, a casa di Justin, dove Nathan annuncia che è arrivata una lettera da parte di Tomas.

Telefonare no, eh?

Dopotutto, Ariel ci fa sapere che aveva annullato il precedente appuntamento con lei e Justin, cancellando così la missione per la quale avevano litigato tutti e tre e Ariel era stata trattata da entrambi come un sacco d’allenamento. Proprio un bel modo di gestire la trama…

Comunque, arriva ‘sta lettera da Tomas, quindi ordine, che il dovere chiama!

“Che dice?” nulla di buono, ovviamente.

“Buongiorno, spero che il vostro giorno del ringraziamento sia passato nel migliore dei modi perchè ora siete tornati alla vita normale, a quella crudele alla quale vi ho sempre abituati. Non si scherza più, siamo a New York. Vi aspetto in centrale a tre ore esatte dalla consegna della lettere, non voglio vedere entrare nessuno dopo le due dalla porta del mio ufficio, nessun ritardo. Vi aspettano delle nuove ed importanti disposizioni per le prossime missioni. Vi aspetto, Tomas”. La voce di Nathan era bassa quasi avesse paura di leggere, emise un profondo sospiro quando terminò a portò lo sguardo su David.

No, dai… ma che razza di istruzioni sono? Quale mafioso lascia delle lettere per i suoi sottoposti per convocarli? E se ne venisse smarrita una? E se disgraziatamente la trovasse la polizia? Dai, ragazzi… seriamente…

Andando avanti, Hoperiel ci fa sapere che “sono già le tredici e mezza”, quindi devono partire subito. Spero vivamente che siano vicinissimi, perché attraversare una città come New York in mezz’ora è impossibile.

Questo non ci è dato saperlo, perché al rigo dopo siamo già “in centrale”, da cui molti ragazzi stanno già andando via, segno evidente che Tomas ha avuto molte altre riunioni. Sul serio, ma quanti scagnozzi ha?

“Sei pronta?” mi sussurrò Justin all’orecchio. Sembrava preoccupato per quello che sarebbe potuto succedere dentro quella stanza. “Non fare niente di avventato, ti prego” aggiunse.
Ecco perchè era agitato, pensai. Non si fidava di me.

“Fidati di me una buona volta” ringhiai.

“Mi fido di te” strinse la mascella baciandomi la fronte quasi con cattiveria. “E’ di lui che non mi fido”. Quacosa però m’impediva di credergli, qualcosa mi diceva che non credeva nemmeno a me.
Aprimmo la porta ed andammo a sederci in delle piccole sedie di legno poste a semicerchio come la volta precedente. Tomas non c’era ancora tuttavia ero così ansiosa che mi sembrò di averlo davanti agli occhi. Respirai profondamente e un odore di bruciato e droga m’invase le narici.

Odore di… droga?

Shade: – Gente, qualcuno sa che odore ha la droga? –

Piton: – Ehm… no. In vita mia sono stato un professore di Pozioni e Difesa contro le Arti Oscure, un Mangiamorte e un Preside, ma mai un cane antidroga. –

Chtulhu: – Y’khl thu, n’lkha r’kelhe m’thak. (Non so, io sento solo odore di carne umana.) –

Gaia: – Miao. –

Beh, se non altro ora sappiamo che Tomas ha le mani in pasta con la droga. Siamo al capitolo trenta, dopo ce ne sono solo altri due, ma meglio tardi che mai.

“Justin?”

“Si?” deglutii.

“Spacciate?” Justin s’rrigidì prima di guardarmi negli occhi serio. Dimmi la verità, pensai.

“Non io, due ragazzi in servizio da molti più anni di me”.

“Non li ha mai presi la polizia?” come diamine era possibile? Avranno trafficato kili di droga in tutto il mondo e nessuno se ne accorgeva?

Kili… e comunque, questa è una ficcyna, la polizia non esiste.

“Non che io sappia. Non sono il figlio di Tomas, Ariel” disse alzando le spalle. “Non mi compete sapere certe cose come francamente non competerebbe a te” stirò un sorriso ma non ci feci caso ed abbassai lo sguardo. Fantastico, non ero solo un’assassina ma anche una spacciatrice. Cosa si può volere di più?

La porta si spalancò ed un brivido mi percorse la colonna vertebrale.

Ecco, quella era un’entrata scenografica.

Mah… se lo dici tu…

Tomas comunque pare andare di fretta, tanto che:

[…]Prese la pistola e la portò sopra il tavolo prima di sedersici sopra. Alzò un sopracciglio e in contemporanea l’arma, era puntata verso un ragazzo. I suoi occhi grigi erano divenuti all’improvviso scuri e le sue guancie si erano tinte di rosso.

Oh, merda.

Uno sparo e il cadavere di quel ragazzo a terra.

Ora, io ho riso.

Da come è scritta ‘sta roba, pare che Tomas abbia messo la pistola sul tavolo, ci si sia seduto sopra, l’abbia poi tirata fuori da sotto le chiappone e abbia poi ucciso un tizio a caso.

Mi spiace per la morte di questa povera comparsa senza uno straccio di nome, ma seriamente, capisco perché ha le “guancie” tinte di rosso: si è reso conto di aver fatto una figura di cacca con questa storia della pistola sotto il culo.

Mentre Gaia mi guarda male per quanto sto ridendo, con Piton e Chtulhu che si preoccupano per la mia salute mentale (che, in effetti, potrebbe effettivamente essere andata in frantumi, ormai), io proseguo con la “storia”.

Senza che ci venga data una spiegazione anche minima per il suo gesto, Tomas ordina a una certa “Callie” di portare via il cadavere, poi prende a distribuire gli ordini a tutti i sottoposti sotto forma di fogli. Di nuovo, sembriamo a scuola con la maestra che distribuisce le schede del compito in classe.

A Justin e Ariel tocca questo:

Gray Moone, impenditore di New York a capo della Internit Compact, debito di 300.000 dollari, pagamento in contanti. Scelta duplice.

Ariel, come me, non capisce cosa voglia dire “scelta duplice”, e Justin le spiega che o il tipo paga tutto e subito o possono ammazzarlo senza tanti complimenti. Come Tomas riavrà questi trecentomila non lo so…

Piton: – Cielo, siamo all’apoteosi di ciò che abbiamo visto in “Danger” e in tutte le ficcyne simili: lì uccidevano un solo insolvente all’inizio della storia, qui ne fanno fuori parecchi, e anche per cifre abbastanza importanti! Come fa Tomas a rimanere a galla proprio non capisco. –

Shade: – Col traffico di troka e con la vendita al mercato nero di valigette, ovvio. –

A detta di Tomas, la villa dello “stupido imprenditore” (così chiama questo poveraccio che deve morire) è piena di allarmi e sistemi di sicurezza. Inoltre, nel foglio che ha dato loro non ci sono tutti i dettagli, perché “preferisce spiegarglieli a voce”. E quindi non faceva prima senza foglio?

Insomma, dato che di certo non può saldare il debito dovranno entrargli in casa, portare via tutti i soldi che possono (io porterei via anche gioielli, cianfrusaglie preziose e comunque tutto ciò che non è inchiodato e me lo terrei come garanzia per il prestito insoluto, senza uccidere nessuno, ma non sono un mafioso esperto come questi qui) e poi, una volta rientrato il riccone, lo avrebbero ammazzato.

Lo disse con tanta semplicità da farmi sentire dannatamente inferiore. Era una macchina omicida perfetta quell’uomo. Eppure, quando mi guardava, i suoi occhi diventavano improvvisamente più luminosi ma allo stesso tempo più misteriosi come se la mia immagine gli lasciasse vari dubbi. Chi era veramente Tomas?

Forse la risposta più ovvia sarebbe un mostro e in parte lo era eppure sentivo che dietro quella facciata della centrale, delle manipolazioni, della mafia americana, c’era ben altro. Un interessa più profondo che toccava solo lui. Altrimenti, perchè mai avrebbe voluto una ragazzina inesperta come me nel suo clan?

Il fatto che fossi la figlia del famoso Wilson non era una giustificazione appastanza valida.

Ecco sottolineato, per l’ennesima volta, il Misterioso Mistero di come mai Tomas tenga tanto ad Ariel, il suo “gioiellino”. Beh, sticazzi, tanto nessuno ci dirà nulla, quindi andiamo avanti.

I due tornano all’appartamento, e Hoperiel vuole farsi un bagno. Non sanno che c’è una sorpresa:

“Ho bisogno di un bagno caldo” sussurrai contro il suo petto.

“Vado a prendere un paio di asciugamani” disse sorridendo prima di baciarmi le labbra. Erano così morbide, sapevano di cannella ed io adoravo la cannella.

Justin si allontanò da me mentre mi distendevo sul divano. Aspettai per parecchi minuti fino a quando un rumore sordo non attirò la mia attenzione.

“Justin?” iniziai a percorrere il corridoio in parquè, aprii la porta del bano e trattenni un urlo.

Justin era accasciato a terra, le braccia contro il ventre, la testa china e le ginocchia piegate a sbattere contro il pavimento.

Alzai lo sguardo e vidi l’ultima persona che mi sarei aspettata di vedere.

Tomas.

Il capitolo si chiude così, facendomi intuire che Tomas ha anche il superpotere del teletrasporto. Dopotutto questi due hanno lasciato la “centrale” prima di lui, come ha fatto ad arrivare così in fretta?

Piton: – I buchi di trama possono dotare i personaggi di poteri indicibili, mio stimato collega. –

Shade: – L’ho notato. Devo tenerlo presente per il mio prossimo romanzo. –

Arriviamo così al penultimo capitolo, poco più lungo del precedente.

In questa prima scena pare evidente che Justin non è stato solo mandato al tappeto, ma proprio ferito, anche se non ci viene detto come né dove. Il punto è che Tomas in qualche modo ha scoperto che loro due stanno insieme ed è incazzato, perché Justin ha violato il veto, anche se non ho idea di come lo abbia scoperto. Forse ha usato un Palantir, come Saruman. Tuttavia non finisce il lavoro:

Tomas ridacchiò aprì la finestra del bagno e saltò giù, sparendo nell’oscurità di quella sera di luglio.

Mi chinai in fretta su Justin, si teneva le mani sul petto, le ginocchia contor il musto e la maglia era macchiata di sangue ma l’unica cosa che mi consolava era vedere che non aveva ancora perso di sensi.

Questa è l’unica cosa che la consola?

Amici, quell’eminente cretino di Tomas è saltato dalla finestra. La prima volta che Ariel viene portata a casa di Justin ci dice che si trova ALL’ULTIMO PIANO DEL PALAZZO! È saltato giù dalla finestra dell’ultimo piano di un grattacielo!

Gaia: – MIAO! –

Come vedete, i miei assistenti approvano tutti, io invece mi sto cambiando i pantaloni. Ho riso così tanto da farmela addosso, stavolta!

Per scrupolo ho controllato se qualche lettrice si fosse accorta a sua volta di questo GIGANTESCO buco di trama, ma niente… sono l’unico ad avercela fatta, pare.

Il buco di trama ha sicuramente salvato la vita a Tomas, non posso credere che il cattivo della storia (che per qualche motivo ha lasciato in vita il suo rivale anche se era alla sua totale mercé) si sia semplicemente buttato da una finestra in cima a un grattacielo per poi morire sfracellato. Oppure è oltre il superumano e ha il dono dell’invulnerabilità.

Tornando a noi (e tornando in me), vediamo la storia procedere:

Un brivido mi trafisse, stava per ammazzarlo.

“Dio, come stai?”

“Come uno che è stato appena massacrato di botte” ridacchiò stringendo i denti. Annuii prendeno del cotone e del disinfettante dal mobiletto sopra il televisore.

Gli alzai piano la maglietta, la ferita era infettata, lasicava cadere gocce di sangue in tutto il petto, gli addominali erano arrossati e bagnati.

Una ferita già infetta? Okay che il pavimento poteva essere un po’ sporco, ma dai… ci vuole tempo per sviluppare un’infezione, non capita all’istante!

“Non ti sei difeso” non era una domanda. Non si era difeso.

“L’ho fatto”.

“No, non è vero” dissi seria. “Se solo avessi provato a reagire non ti avrebbe ridotto così” premetti quasi con violenza il cotone bagnato sulla ferita. “Dimmi perchè” volevi farti ammazzare?

“Perchè non ho avuto il coraggio”.

“Non hai avuto il coraggio di difenderti?” qualcosa mi portava a non credergli.

“Non è questo. Solo, posso essere uno stronzo e se vuoi anche il suo miglior uomo ma sai, nemmeno a me piace uccidere le persone e lui ecco.. non credevo mi volesse uccidere, credevo fosse solo venuto per darci una lezione ma quando ha preso il coltello dalla cintura beh, ho capito che non era un semplice avvertimento” spiegò.

Insomma, Justin si è beccato una coltellata all’addome. Per una ferita allo stomaco non bastano cerotti e disinfettante, gli acidi gastrici filtrano nel corpo dall’interno e, nel giro di venti minuti al massimo, uccidono il paziente. Sono ferite gravissime, e se non prese in tempo (ovvero entro i primi minuti) fatali.

E, ripeto, mi baso su cultura spicciola, maturata qua e là. Non ho dovuto far ricerche per sapere questo.

In ogni caso, tutto ciò è secondario: la ferita passa subito in secondo piano, perché la nostra Hope si carica di Hopeaggine OVER 9000!

Non puoi pensare che ora farò finta di niente” gli sussurrai all’orecchio.

“Ariel..”

“No, ascoltami” lo bloccai. “Voglio fargliela pagare, costi quel che costi io gliela farò pagare, sono stanca ed ora che sa di noi non si fermerà di certo, prima o poi ci ammazzerà e non so tu ma non ho intenzione di farmi ammazzare senza reagire”.

“Cosa vuoi fare?” sembrava preoccupato ma non mi sarei fermata per quello. Lui aveva tentato di uccidere Justin, di uccidere l’unica cosa che mi rimaneva e non mi sarei fermata così, senza reagire. L’avrebbe pagata.

“O noi o lui” rimanemmo zitti.

Insomma, vuol fare fuori Tomas di persona. Io non credo che ne sarebbe in grado, visto che il suo “addestramento” finora conta una sessione di tiro fatta male e pure breve, un tentativo di annegamento, un massimo di sei giri di campo e venti addominali.

E basta.

Questo è il suo addestramento da killer mafiosa. Il resto della storia sono state sviolinate sui sentimenti suoi e di Justin, giri per la città e “missioni”.

Però lei è convintissima di farcela, tanto che convince anche Justin a seguirla in quella che, se avessi scritto io questa storia, sarebbe una missione suicida.

Sono così motivati che, per prima cosa… decidono di dormirci su.

Un boss mafioso incazzato vi dà la caccia e voi volete andare a letto nel vostro appartamento, che al momento è il luogo meno sicuro di tutta la città?

Mentre aspettano la notte, comunque, Ariel si studia la mappa della “centrale” che ha trovato nei cassetti del tavolo di Nathan (no comment) alla ricerca di punti deboli. Perché sia lei a farlo e non Justin, che conosce meglio quel posto, non lo so.

Comunque sia, la nostra Hoperiel ha trovato un’entrata laterale che li porterà dritti nell’ufficio di Tomas. Alla faccia della sicurezza del capo.

“Ma c’è una guardia fuori da quella porta, non ci lascerà passare. E’ Arold, non tradirebbe mai Tomas” disse.

Justin, che cazzo di mafioso sei? Sembra che tu e Ariel vi siate scambiati i cervelli, anche perché subito dopo lei dice:

“Ho mai parlato di contrattazioni?” alzai un sopracciglio. “Non avrò pietà per nessuno, ammazzeremo Arold se sarà necessario. Io non mi fermo” presi un pennarello rosso e tracciai una riga che passava dalla porta laterale sino all’ufficio di Tomas.

Cioè, lui che era “il miglior uomo di Tomas” è improvvisamente diventato un coglioncello senza esperienza né idee, mentre la nostra Hope, da ragazzina di provincia che non ha ancora capito come si fa a sparare e non ha mai ammazzato nessuno (giuro, non l’ho mai vista uccidere, malgrado a un certo punto si sia dichiarata assassina) è diventata una specie di genio del crimine.

Genio per gli standard della fic, ovvio.

Poco dopo lei dice che vuole ucciderlo perché Tomas le ha portato via tutto e ormai Justin è tutto quello che le rimane (in realtà c’è ancora la sorellina Shila, ma i buchi di trama sono ovunque, ormai), e così i due decidono di fare sesso. Altro buco di trama per la ferita di Justin. E poi, sanno solo fare sesso, ‘sti due? Ormai è la sesta volta!

No, non lo è, mi correggo: arrivano David e Nathan che interrompono tutto. I due sono così costretti a trasferirsi in camera di Justin, dove il capitolo si interrompe.

Ovviamente non dicono ai loro amicissimi che Tomas li vuole morti, non chiedono aiuto, e non perché non si fidano, ma perché devono correre a scopare. Ma io boh… la fiera dell’assurdo!

E arriviamo, FINALMENTE, all’ultimo capitolo di questa ficcyna.

Ci pare subito chiaro che c’è stato un timeskip, anche se non so di quanto, perché Nathan all’improvviso sa tutto ed è preoccupato per loro:

“E se vi prendono?”

Nathan ripeteva quella frase da ore ormai, sia lui che David sapevano dle pianoe dire che risultarono contrari sarebbe dire poco. Avevano paura ci ammazzassero e in un certo senso, non potevo nemmeno dar loro torto. Non avevo nemmeno io la certezza che ne saremm usciti vivi ma la cosa che mi rafforzava, era che Justin lo sapeva.

“Non ci prenderanno” rispose Justin al mio posto. “Abbiamo un buon piano, lo colpiremo alle spalle. Sarà perfetto” aggiunse caricando la pistola di proiettili.

Sì, un paio di palle, e scusate il francesismo.

Un buon piano ha bisogno di tempo per essere organizzato, e anche in quel caso qualcosa può andare storto. Il loro nemmeno lo si può chiamare “piano”, visto che vogliono solo ammazzare una guardia, entrare dal retro e poi sparare a Tomas. Non hanno preso in considerazione alcuna variabile, nessun possibile inconveniente, non sanno nemmeno se ci sono allarmi o trappole lungo questa magica scorciatoia che li porterà nell’ufficio del boss. Sul serio, i piani di Harry, Ron e Hermione per prendere gli Horcux erano molto migliori di questa roba. E loro fallivano miseramente ogni singola volta.

Comunque, questi decerebrati sono convinti di essere pronti, e partiranno entro dieci minuti, giusto il tempo del caffè. E non si porteranno nemmeno dietro David e Nathan, che pure sono dichiaratamente dalla loro parte. Il perché non lo so, visto che un po’ d’aiuto in più non guasta mai.

Mentre stanno andando alla ventura, Justin getta le sigarette dal finestrino dell’auto in un gesto che dovrebbe avere del profondo simbolismo ma che a me sa tanto di inquinamento gratuito.

Inoltre, dichiara di voler tornare a Stratford per essere il figlio che suo padre non ha mai avuto, e di voler andare a Los Angeles dalla madre per farle vedere cosa è diventato e sbatterle in faccia che c’è qualcuno in grado di amare un assassino.

Aspettate, vi riporto il discorso:

“Voglio andare da mia madre e farle vedere che cosa sono diventato e anche se avrei voglia di predere la pistola e puntargliela alla tempia anche solo per metterle paura, le dirò semplicemente ‘Guardami, sono tuo figlio, quello che hai cacciato di casa, ecco cosa sono diventato’ ” fece una breve pausa. “Voglio farle vedere che non ero un caso perso come diceva lei e tu verrai con me, le farò vedere che al mondo c’era ancora qualcuno in grado di amarmi per l’assassino che ero diventato”.

La scena dovrebbe essere potente e comunicare una grande rivalsa. A me comunica un discreto stimolo intestinale. Sev?

Sì, non avevo dubbi.

Arrivano alla “centrale”, che quel mattino è praticamente vuota perché sono tutti in missione. Giusto, quale boss, consapevole che un suo ex socio sta venendo a ucciderlo, rafforza la sicurezza? Mandiamo tutti fuori, non serve nessun altro!

La scena di come venga fatta fuori la sola sentinella a guardia del corridoio magico non ve la metto, tanto è insulsa: dura tipo un rigo, ed è pure scritta da cani.

I due cretini entrano così nella tana del lupo, in un crescendo di pathos che ha fatto addormentare Gaia, si dichiarano amore reciproco e poi fanno irruzione nell’ufficio di Tomas.

“Che diamine sta succedendo?!” gridò Tomas.

Cioè, questo nemmeno si immaginava che Justin e Ariel sarebbero venuti per vendicarsi? Ma è deficiente?

Quando ci riconobbe strinse le mani in due pugni e non so come ma una seszione d’odio mi attraversò il petto, mi sentii viva e ebbi chiaro cosa volevo fare.

Justin prese la pistola e sparò.

Tomas però, non era uno di noi, lui era il capo e c’era un motivo, schivò il colpo allontanandosi dalla cattedra e prendendo l’arma posta sopra.

Altro superpotere di Tomas, schivare le pallottole come Keanu Reeves in Matrix.

“Siete solo degli idioti” disse con un ghigno. “Non potete ammazzarmi, sarò piuttosto io ad ammazzare voi”.

Un brivido mi percorse la schiena ma lo repressi ed impugnai con maggior violenza la pistola. Sparai, il proiettile lo colpì alla coscia.

“Puttana” ringhiò stringendosi la gamba fra le mani e facendo partire un colpo sordo che per pochi millimetri non mi sfondò la spalla sinistra.

Ha anche la resistenza di Franc il Superumano! Porca miseria, quanti poteri! È una specie di Hope al maschile! Peccato per la mira…

Justin si chinò di poco e sparò di nuovo ma si accasciò a terra quando Tomas lo colpì con un proiettile, dritto al braccio che subito iniziò a sanguinare.

Feci un passo in avanti cercando di proteggere per quanto fosse possibile Justin e sparai, senza risultati.

“Non dovevi metterti contro di me, gioiellino” disse lui. “Sei proprio come tuo padre, una traditrice”.

Dopo questo pezzo viene fuori che il padre di Ariel lavorava per Tomas: era il suo miglior uomo, proprio come Justin, ma che si innamorò della madre di Ariel, di nuovo come Justin, e così scapparono insieme a Midland, dove lei lo convinse a trasferirsi.

Una fitta mi s’insinuò nel cuore.

Mio padre era un assassino e mia madre lo aveva portato via proprio come io avevo intenzione di fare con Justin.

“Non ti permetterò di mandare tutto a puttane, non mi porterai via il mio miglior uomo come tua madre”.

Un colpo lancinante mi sfondò il fianco, un proiettile.

Un urlo di Justin si alzò nella stanza e ricordo solo il corpo di Tomas che cadeva a terra poi, il vuoto.

Qui la nostra Hope perde conoscenza, e io ne approfitto per chiedermi: e allora perché tutta questa pantomima?

Per tutta la “storia” Tomas non ha fatto altro che dire che Ariel era il suo gioiellino e che voleva trasformarla nel suo “uomo migliore” (anche se sarebbe più corretto dire “donna”, però vabe’… fa cagare in ogni caso), che nessuno doveva toccarla e che bla bla bla…

Ma se tutta la storia del debito era in realtà una questione di tradimento, un sicario che lascia la banda per stare con la donna che ama finché il passato non torna a prenderlo, che bisogno c’era di rapire Ariel? Perché non ammazzarla insieme alla sorella davanti al padre, così che soffrisse, e poi far fuori anche lui? Che senso ha tutta questa trama assurda?

Piton: – Beh, ma è ovvio: serve per la Love Story tra Ariel e Justin. –

Shade: – Severus, scusami, ma dati i tuoi trascorsi non sei proprio la persona più indicata per dare consigli su come si trattano le storie d’amore.-

Piton: (accigliandosi) – Vuoi del succo di zucca? Giuro, non ci ho messo niente, dentro. –

Il paragrafo dopo ha un timeskip: Hoperiel si sveglia a Stratford, in casa della famiglia Bieber, con Justin che ha vegliato su di lei per tutto il tempo in cui è stata svenuta. Tomas è morto, a detta di Justin, ma non sappiamo come.

Chtulhu: – Uk’hb thl’uk drke’ahan tahk! (Un buco di trama lo avrà inghiottito!) –

Shade: – Sì, è molto probabile. –

Anche loro sono stati inghiottiti in un buco di trama, perché non ci viene spiegato come, da New York, feriti e con lei a un passo dalla morte, siano arrivati a Stratford. E lo stesso vale per la famiglia Bieber, che non pare aver problemi ad accogliere questi due, che arrivano feriti e sanguinanti alla loro porta senza alcun preavviso.

C’è un altro timeskip: Ariel e Justin sono andati a vivere in una casa accanto a quella dei genitori di lui, ai quali Justin ha raccontato che Hope è stata coinvolta in una sparatoria casuale a New York. Non spiega però come mai, invece che chiamare i soccorsi, abbia preferito farsela fino in Canada con lei moribonda, ma pazienza.

Poi, la sorpresa: Ariel è incinta. Di una femmina, che nascerà tra un altro mese (dopo il timeskip). La storia si chiude con un dialogo stracciapalle sull’aMMMore che Justin prova per Ariel, decantato manco fosse un poema di Dante Alighieri a Beatrice (che comunque non gliel’ha mai data) e finisce con lui che le chiede di sposarlo, proposta che Ariel accetta all’istante.

E qui si chiude “Top Secret”, di Bieber23.

Che dire? Onestamente confesso che quando l’ho trovata e proposta al Corpo di Recensione non la ritenevo a questo livello. Certo, un po’ assurda, con diverse incoerenze e un po’ di fuffa, ma ancora piuttosto innocua o quasi. Rientrava nelle loro competenze solo di poco.

Andando avanti a leggere, tuttavia, mi sono reso conto che questa era un’autentica miniera d’oro del trash: tra criminali con superpoteri alla cazzo, mafiosi fissati coi contratti, ostaggi che diventano killer perché sì e buchi di trama che risucchiano persone a caso (Lyn Anderson, Dylan, Shila, Ryan Bieber…) e momenti assurdi che più assurdi non ne conosco, posso affermare in tutta sicurezza di essermi imbattuto in un’autentica perla del trash!

Tutto questo senza contare la “grande rivelazione” finale: il tradimento del padre di Ariel, da cui è scaturita l’intera trama.

Cioè, questo era il grande segreto? Non è coerente con il tono della storia, ma nemmeno un po’!

Dal modo in cui Tomas parlava di Ariel, riferendosi a lei come “il suo gioiellino” e dal modo in cui la guardava, più di una volta ho pensato che in realtà Ben Wilson non fosse realmente suo padre, ma che avesse portato via Ariel a Tomas, il suo padre biologico, per salvarla da una vita di criminalità e dolore.

Avrebbe avuto molto più senso, secondo me! L’intera trama si reggeva sul mistero dell’importanza di Ariel per Tomas e… viene fuori che voleva solo vendicarsi di Ben. In modo pure parecchio scialbo, aggiungerei.

Arrivati a questo punto c’è da dire che, tra i protagonisti che per vivere ammazzano la gente come se fosse una cosa normale, una celebrità reale che è un criminale, una relazione sempre più tossica che arriva a sfociare nell’abuso fisico trattata come una grande storia d’amore e le tante altre assurdità in cui mi sono imbattuto, direi che vale la pena segnalare all’amministrazione di EFP.

Detto ciò, i miei assistenti Severus Piton…

Piton: – Ammirevole… –

… il Grande Antico Chtulhu…

Chtulhu: – Trh’e knuh’munkh’a! –

… e la mia gatta Gaia…

Gaia: – Miao. –

… e io, Shade Owl, vi salutiamo e vi ringraziamo per averci seguiti in questa mia recensione. A presto!

PS (aggiornamento del 25/04/2020): dalla regia mi dicono che la storia è sparita da EFP. Continuiamo così!

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